Inverno resiliente

Ho già detto cosa penso della resilienza per cui non dirò altro ancora in merito.
Potrei dire dell’inverno, ma essendo uno stato d’animo non posso dire niente in proposito, ovviamente1.

https://yziblog.files.wordpress.com/2018/02/invernoresil.jpg?w=520

Un cartoncino



Avendo un altro pezzo di cartone a disposizione ho cercato di “nobilitarlo” meglio che ho potuto.


Ovviamente ignoro di che colore sia la neve in realtà2.
Pastelli a olio su cartone, 12,5×18 cm circa.


  1. Ovviamente. 
  2. Ovviamente. 
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Il quinto – Piscio

Oggi, giorno in cui terminiamo la nostra avventura in una data altamente simbolica, commemoriamo l’imperatore Costantino II che decretò la chiusura di tutti i templi pagani nell’Impero Romano.
Il nostro animo è molto controverso in merito. Edo mi ha scritto, straordinariamente in un giorno in cui non scrive, per comunicarmi il suo lutto. Lutto per la fine della storia, lutto per l’inizio di una nuova era.
Mi ha chiesto di consigliare a tutti, a proposito, l’alternanza della lettura di Casa di bambola e di Un cavaliere per Anne.
Che vi devo dire? Fatelo, dopo aver letto tutto quanto però1.


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Il quinto – Piscio

I cespugli di rovi attutirono l’impatto. Attraversai rami che mi frustarono e mi tagliarono.
Potevo soltanto scappare, strisciare nell’uliveto, cercare il punto più caldo di tutto il campo e sperare di evacuare i liquidi ritenuti. Forse Lucia o un qualunque passante sarebbero venuti in mio soccorso. Avrebbero pensato ad un incidente, mi avrebbero tratto in salvo.
Lentamente strisciai sulla terra arroventata, con le ombre che sia allungavano. Respiravo la polvere che aderiva al mio corpo bagnato da escreti ed umori. Come uno scinco tracciavo un solco nella sabbia risalendo la collina. Escoriandomi il petto, le braccia e il viso, avanzavo sui cocci di vetro che la strana famiglia aveva disseminato per tutta la piantagione. Come una bestia mi adattavo alla linea che percorrevo, sospinto dal solo istinto. Ad ogni bracciata perdevo un pensiero, ad ogni pensiero dissolto il mio corpo rigenerava una cellula. Come una crisalide maturavo nella crosta di sabbia che si asciugava sulle mie membra.
Il sole sfiorava l’orizzonte quando raggiunsi la sommità del monte. Al centro della radura si trovava la pozza dell’acqua piovana. Scrollai gli arti e li picchiai sul terreno. Mi liberai dell’involucro disseccato che mi avvolgeva come un’armatura articolata. Placche scurite mi caddero di dosso. Mi sollevai su gambe salde, sentii la fica penetrata dal fresco della sera. Le ultime parole che sentii nel cervello furono quelle di Lucia che rimproverava suo nonno: “perché non mi hai aspettata?”, poi nulla più.


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Edo, Manni ed io vi porgiamo un saluto ed un giglio blu e vi invitiamo ad addentrarvi nelle nostre prossime avventure. A presto per nuove emozioni!
Inoltre noi vi abbiamo proposto una chiave di lettura profonda ed affidabile, ma vi invitiamo a rimescolare le carte in tavola e a provare a rileggere il racconto seguendo un ordine diverso di capitoli. Al contrario, a salti, come piú vi viene meglio. Vedrete, vedrete, non ne resterete delusi!


  1. Di seguito i links per i meno preparati. , II, 3, quattro
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Il piscio – IV

Plutone!
Plutone prima di venire declassato a pianeta nano era considerato un pianeta1. Sin dal lontano 18 febbraio 1930.
Non credo di dover aggiungere altro.
In realtà devo aggiungere altro, mi costringete a farlo, per farvi leggere ciò che è stato scritto prima o prima ancora o incredibilmetne ancora prima ancora!
Allora dato che già sono stato costretto ad aggiungere altro, vi devo dire che Edo Cuoio è stato prepotente e spietato in questo capitolo, aiutandomi a far uscire tutto il meglio che di me in c’è.


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Il piscio – IV

La morte non venne. Non avevo più le gambe, la metà inferiore del mio corpo era esplosa e le mie interiora legate perché non mi dissanguassi e, non so per quale oscura maledizione, continuavo a respirare. Provavo un dolore insopportabile, innaturale, che andava oltre a quello che avevo sperimentato sino ad ora.
Una dimensione inconcepibile si era spalancata e mi aveva inghiottito con fauci che non potevo vedere. Il sole azzurro in un cielo color terra batteva ora sul mio viso, accecandomi.
Il dolore era amplificato dal fatto che, nonostante tutto, sentivo ancora la vescica gonfia come se non fosse esplosa: dovevo pisciare ma non potevo farlo. Non poteva essere vero, dovevo essere finito all’inferno, non c’era altra spiegazione.
Eppure la schiena butterata di Luciano, ora senza camicia, con quella scoliosi orrendamente pronunciata… Io l’avevo sempre vista. Da quando conoscevo Lucia, lui c’era sempre stato, come il giorno del primo appuntamento: Luciano era con noi, taciturno; dovetti comprargli due gelati per poter baciare la mia amata. E quanto la amavo ancora. Perché non tornava? Quando aveva il turno di notte non rientrava mai dopo le undici e ora doveva essere quasi pomeriggio. Perché mi aveva lasciato qui suo nonno che si puliva la bocca dal mio seme, sporcandosi il volto con quell’impasto di sangue e feci fuoriuscite dalle mie viscere?
L’anziano uomo mi fissava, continuava a farlo, ed io non potevo staccare gli occhi dai suoi, magnetici, mesmerizzanti. Mi spaventava ed affascinava al tempo stesso.
C’era qualcosa in lui di strano, come se emanasse un’aura femminea, in sguaiato contrasto con quel suo grosso pene che conoscevo da tempo, sebbene ora notassi fosse davvero enorme e come biforcuto. In quale modo un vecchio tanto vecchio, col cazzo lungo almeno mezzo metro, diviso in due, poteva rimembrarmi una donna? Dovevo avere le allucinazioni, la vescica fantasma che continuava a premere mi stava facendo impazzire. Sudavo, sudavo fortissimo, sudavo piscio! Man mano i miei pori espellevano l’urea io mi sentivo meno indolenzito ed anzi il dolore diveniva parte dei miei sensi, come se attraverso di esso potessi percepire una realtà cosí diversa. Forse potevo salvarmi. Tuttavia, l’evaporazione dell’urina mi raffreddava rapidamente mentre Luciano, a cavalcioni del mio ventre, esponeva la sua turgida follia come una doppia katana puntata al mio viso. Dovevo riuscire a liberarmi da questo gelo asfittico e mettermi sotto il sole cocente d’agosto, dovevo sudare e liberarmi. Svuotarmi finalmente la vescica, fosse anche solo uno spirito che mi infestava al posto dell’organo che mi opprimeva da dentro!
Ma come potevo fare? Il mio diabolico carceriere mi teneva un tratto di tenue ben pinzato tra le dita ritorte, mentre con l’altra mano cercava il mio bischero ancora intubato.
Impossibile sfuggirgli, a meno di una trovata geniale, una di quelle che ti può salvare la vita quando ti esplode la parte inferiore del corpo ed un ibrido orrendo ti salva la vita solo per continuare a violentarti il corpo e l’anima.
E all’improvviso venne l’idea. Sapevo qual era il suo punto debole. Ero io. Luciano era perdutamente innamorato di me, sebbene mia moglie lo negasse quando il vecchio si toccava mentre io la inculavo. Lei diceva che era un conflitto irrisolto, ma una volta Luciano mi schizzò in faccia con fare enigmatico. Mi arrabbiai tantissimo, ma Lucia sapeva come farsi perdonare, ed ogni volta dimenticai. Dimenticai quando, nudo ed eretto, mi sfiorava le natiche comparendo improvvisamente nelle parti ombrose della casa. Era come se dimenticassi tutto ogni volta, lasciandomi solo un vago sentore, una sensazione indefinita ed indefinibile. Ma questa volta no, non adesso.
Ora che ero dimezzato ero finalmente intero. Sapevo tutto. Capivo tutto, o almeno abbastanza per avere la meglio sul perfido vecchio.
Mi leccai le labbra, gli feci un cenno impercettibile. Per la tensione sudavo come non mai, alleviando la sofferenza alla vescica e raggiungendo una lucidità sempre maggiore.
Lui aveva il cazzo come una coppia di cobra gonfi e sollevati. Lo feci avvicinare, strisciando su di me, risalendo dal mio bacino torturato sempre più su, sul mio petto, sino a che arrivò con le palle quasi a contatto col mio volto: i suoi occhi, tali a vitree orbite di rettile, non mi erano mai sembrati tanto osceni. Sentivo forza nelle braccia. Con una mano gli cinsi la nuca per avvicinare il suo volto al mio, e con l’altra gli afferrai l’ orrendo pene, flaccido e deforme, e col gesto sapiente di un buttero glielo scorsi sul collo, strozzando il torturatore col suo stesso strumento. Mandriano una volta, mandriano tutta la vita. Ero vissuto come un bracciante agricolo, e sarei entrato fieramente nella tomba come tale. Luciano era intrappolato dalla sua stessa arma. Una delle due cappelle cercò di mordermi la mano, ma evitai il letale colpo ed iniziai invece ad accarezzarla, inturgidendola.
Il vecchio strabuzzò gli occhi, con un sibilo iroso cercò di liberarsi ma ormai era troppo tardi: la sua stessa erezione lo stava soffocando. L’ipossia non faceva che aumentargli l’eccitazione, lo vidi diventare cianotico di fronte a me, gli occhi oramai fuori dalle orbite, la lingua gonfia penzoloni. Morí subito prima che il suo uccello scivoloso mi esplodesse in faccia. Una cappella, proiettata come un meteorite, mi colpí duramente in viso. Doveva avermi incrinato uno zigomo.
Per un minuto, o forse un’ora, stetti immobile. Traspiravo un vapore cloacale. Ero completamente ricoperto da una sostanza ignota, viscosa, di cui non osavo chiedermi l’origine. Nello spettro olfattivo avvertivo però un vago aroma di ribes. Mi leccai le labbra e sentii il penetrante gusto del ferro oltre all’onnipresente sapore di sesso maschile. Il cadavere di Luciano giaceva sconvolto sul mio tronco. In un impeto di odio che riconobbi umano lo gettai di lato e strisciando sui gomiti, scivolando sull’urina, sul sangue e frammenti marci di Luciano arrivai alla finestra. La fissai dal basso come un totem spaventoso. Era la via più rapida per raggiungere l’oliveto, sebbene la camera nuziale si trovasse al piano rialzato. Avrei dovuto attraversare i rovi che Lucia aveva piantato intorno all’abitazione, ma non mi importava; nulla poteva dolermi più della vescica che continuava a pulsare e a premere sul diaframma spezzandomi il respiro.
Con le braccia muscolose mi issai, risalendo gli stipiti come un ginnasta. Poi sollevai il bacino verso l’esterno, sporgendolo nel vuoto. Chiusi gli occhi e mi lasciai cadere.
Caddi per interminabili secondi. Divennero minuti, poi ore. Precipitai per giorni e i giorni sedimentarono in anni.
Cadevo in un baratro infinito, un pozzo di oscurità, terrore ed ebbrezza. Cadevo in me che cadevo in un’immensa vescica cosmica che si svuotava in me come una nube di ambrosia.
Attraversavo il vuoto siderale, ma ero ancora alla finestra. Qualcosa mi aveva bloccato.
Luciano!
Mi girai di scatto, ma non era il vecchio, era qualcosa di diverso. Il suo viso, grigio come gomma, era un ovale di donna, cosí come il torace dalle mammelle vuote aveva la gentilezza del corpo femminile. Le gambe, dio mio, quello che vidi non mi uccise per un soffio, erano quelle di mia nonna! Le avevo viste troppe volte per potermi sbagliare. Quasi contro voglia alzai lo sguardo verso il pube, e in una bianca peluria scorsi un pisellino affacciato come un bocciolo, coperto di rugiada. Non potevo capire, non sapevo vedere. Non ce la feci più e mi gettai finalmente dalla finestra.


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  1. Dispiace ma è sciocco non accettarlo. 
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Il piscio – capitolo 3

Dopo il pregevole capitolo di Manni Noretti la storia prosegue su una scia di sentimenti che richiamano l’Iperuranio di Platone e non è un caso se scriviamo questo proprio oggi perché il 17 febbraio 1600 Giordano Bruno venne condannato a morte e arso sul rogo.
Questa storia ha piú livelli di lettura, uno piú profondo dell’altro e non mi stupisce se qualcuno non riuscirà a comprenderlo1.


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Il piscio – capitolo 3

Riaprii gli occhi. La stanza era inondata dal sole rovente. Ero ancora nudo, senza forze, adagiato sul letto con la pancia all’aria. Non riuscivo a muovermi. Con uno sforzo inenarrabile portai la mano al pene e sentii il tubicino del catetere che usciva dal glande. Era asciutto. Toccai il pube con la mano, poi il meterasso: non c’era traccia di urina. La vescica non si era svuotata e anzi mi faceva protrudere il basso ventre come un monte spelacchiato e riarso. Infilandosi dalla finestra aperta, la luce batteva proprio in quel punto, ma il dolore dovuto alla distensione dell’organo pieno di liquido era tale che non avvertivo alcun bruciore dai raggi solari. Richiusi le palpebre con una smorfia di dolore. Il mio addome era come trafitto da coltellate, avrei voluto cambiare posizione ma il mio corpo non rispondeva più. Sopraffatto dal terrore, ansimando, spalancai gli occhi e urlai con tutto il fiato che avevo. Lentamente misi a fuoco il soffitto, poi i miei piedi e la sponda del letto. Il mio petto si gonfiava e svuotava d’aria senza un ordine preciso, un tremore mi scuoteva le membra. Battevo i denti senza capire se avessi freddo o se stessi andando a fuoco. Dovevo avere la febbre.
Minuto dopo minuto, tra istanti di panico incontenibile, la mente riprese a funzionare. Il mio primo pensiero razionale fu rivolto al telefonino: lo tenevo sempre sulla sedia alla sinistra della mia metà del lettone. Dovevo controllare che nessuno l’avesse spostato e cercare di raggiungerlo per chiamare il pronto soccorso. Dov’era mia nonna? Come poteva avermi abbandonato? “Nonna! Nonna!”, gridai disperato, piangendo. Nel parossismo mi tornò ai muscoli del collo quel poco di forza per consentirmi di girare la testa verso la seggiola. Nel mio campo visivo, al posto della sedia nell’angolo della stanza, si trovò una massa scura. I miei occhi non riuscirono immediatamente a interpretare la scena. Mettevano a fuoco, muti, un insieme di linee ed ombre incomprensibili, senza poter ricostruire alcunché di reale. Un secondo dopo, il fiato mi si arrestò in gola, la bocca inutilmente spalancata in un conato di terrore primordiale: Luciano, con indosso soltanto una camicia, lurida e aperta sul tronco emaciato, mi fissava grigio dalla sedia.
Non so cosa successe nei minuti successivi, la mia ragione si dissolse in un magma di angoscia e dolore da cui a tratti emergevo, come in terza persona, per osservare la scena dal lato opposto della stanza. Non poteva essere reale, eppure ero in grado di vedere con il distacco di un visitatore il mio corpo sdraiato e il vecchio seduto accanto al letto. Luciano stava con la schiena dritta, gli avambracci appoggiati alle cosce appena dischiuse. Il suo sguardo era fisso alla mia persona, allo stesso tempo sperduto e penetrante sotto alle sopracciglia aggrottate. Il volto, solitamente curato, era adombrato dalla barba lunga. La labbra sottili, indecifrabili, accennavano un ghigno trasognato. Vedevo il suo inguine scuro, appena ingrigito, con il lungo pene grinzoso che serpeggiava verso terra. La camicia che indossava, azzurra, era quasi irriconoscibile e chiazzata di materiale brunastro con dei filamenti trasparenti, collosi. Sembrava vomito, forse con sangue rappreso, e muco di lumaca, sperma e chissà cos’altro.
Ritornai in me. Il terrore era svanito. L’istinto di conservazione, all’ultimo, mi richiamava alla lucidità. Sofferente, mi rivolsi a Luciano: “che fai lí?”, dissi con un filo di voce. “Sto molto male Luciano, mia nonna è stata qui, ha cercato di curarmi. Mi capisci?”, chiesi, non vedendo alcuna reazione da parte sua. Il vecchio non era nuovo a silenzi ostinati, che potevano durare anche molti giorni, e a volte appariva assente. Io e Lucia attribuivamo queste sue stranezze all’età avanzata e non davamo loro peso, ma ora assumevano un peso e una natura diversi e come macigni pesavano sul mio corpo martoriato.
“Ti prego, Luciano”, supplicai, “devi aiutarmi. Non riesco a muovermi. La mia vescica deve essersi bloccata, non capisco come ma da ieri non riesco a pisciare e ora sento che sta per scoppiare.” Mi fermai per riprendere fiato. Il viso di Luciano era sempre fisso, impassibile, ma sapevo che sentiva e almeno in parte capiva ciò che gli dicevo. “C’è una cosa che puoi fare per me”, continuai “ora devi prendere quel tubicino che mi esce dal cazzo e devi provare a muoverlo avanti e indietro. Forse qualcosa mi ostruisce le vie urinarie e dobbiamo cercare di smuoverlo per fare uscire il piscio. Ti prego, capiscimi”.
Il petto di Luciano si sollevò impercettibilmente. Una, due, tre volte. Poi, senza mutare espressione in viso, con una lentezza innaturale, l’anziano chinò il torso in avanti e si rizzò sulle gambe ossute. I testicoli, in uno scroto pendulo e lunghissimo, gli ondeggiarono avanti e indietro diverse volte. Come un sonnambulo, quindi, percorse lo spazio che lo separava dal letto, fermandosi ad ogni passo, per tre volte. Infine, con un gemito sordo, basso, che sembrava provenire dalle viscere dalla terra, si sedette sul letto, con il volto girato verso il mio inguine. Sentivo il suo picio appiccicoso aderire alla mia coscia.
Ero ancora in erezione, forse per un riflesso nervoso. Luciano mi prese l’organo e iniziò a fare su e giù con la mano. “Che fai, Luciano?”, chiesi allarmato, “non è il momento, sei matto?”. Con il fiatone, lo supplicai nuovamente: “smettila, ti scongiuro, devi prendere il tubo, muoverlo avanti e indietro”. Il vegliardo continuò col suo massaggio e, pur esterrefatto e dolorante, alla fine mi calmai. Non sapevo più che fare. Il vecchio mi masturbava imperterrito, come uno spettro smarrito nella propria mente, mostrandomi la radice del suo culo imbrattato di scorie, smagrito ma ancora tonico. Dove aveva passato la notte, che cosa aveva fatto per ridursi a quel modo? Incredulo lo osservai chinarsi e portare la bocca al mio sesso. Nell’istante in cui venni il mio corpo esplose: la vescica, superato il limite critico di tensione, rilasciò l’orina con uno scoppio devastante, e il liquido giallo eruppe dal mio ventre investendo Luciano e bagnando tutta la stanza fino al soffitto. Le mie gambe, divelte dall’esplosione, schizzarono via e andarono a colpire la parete di fronte, infrangendo lo specchio. Il sangue sgorgava a fiotti dalla lacerazione che mi attraversava le membra. Con orrore, senza potermi sottrarre, osservai Luciano che si era come ridestato e con una folle, fredda frenesia mi estraeva gli intestini dall’addome e li annodava alle mie carni dilaniate arrestando le perdite di sangue. Era stato un pescatore per decenni, era sopravvissuto a naufragi e tempeste terrificanti e sapeva realizzare qualsiasi nodo in ogni possibile condizione. Compresi che non sarei morto subito, come mi ero aspettato. Sarei sopravvissuto in qualche modo. Sconvolto, fissando la schiena immobile di Luciano, realizzai che forse sarebbe stato meglio morire subito.


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  1. Ma se continua a leggere le prossime parti, magari iniziando dalla prima forse capirà! 
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Il piscio – parte 2

Il capitolo che pubblico ora si avvale della bellezza di un’ospite speciale: la Signora Cuoio, già pittrice, antropologa ed entemologa nota ai piú col suo nome di battesimo: Manni Noretti.
La nostra dopo aver sbirciato il primo capitolo, quello già pubblicato, ha voluto fare una sorpresa a suo marito, scrivendo una sua idea della storia, cosí come per scherzo.
Incredibilmente è riuscita ad entrare nell’atmosfera della nostra opera molto prima di quanto ci fossimo entrati noi1!
Ma d’altronde come poteva essere diversamente, dato che Manni è sicuramente la piú talentuosa, ed invidiata, artista in tutte le regioni limitrofe? Considerando anche la naturale repulsione per i socials networks e gli strumenti telematici, comunico con Edo solo tramite posta elettronica ed un vecchio programma di messagistica istantanea che apre una volta alla settimana quando va bene, direi che la loro notorietà supera davvero i ristretti confini telematici.
Come potrete vedere anche voi stessi leggendo questo potente capitolo2.


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Il piscio – parte 2

Alle tre mi svegliai all’improvviso. Lucia era uscita. Avevo una strana sensazione. Avvertivo che qualcosa non andava ma non risucivo a focalizzare cosa. Il mio sonno era stato agitato: sogni inquieti mi avevano più volte fatto svegliare. Oppure era stato soltanto un dormiveglia tormentato e dai contorni informi? Non sapevo stabilirlo. Luciano non c’era. Capitava che la notte lasciasse il suo letto per andare a passeggiare nella nostra proprietà, tra gli ulivi, per tornare solo alle prime luci del giorno.
Poco prima dell’alba, non riuscendo più a riaddormentarmi mi alzai per andare al gabinetto, forse i sogni agitati erano dovuti a ciò che avevo bevuto la sera prima. Avrei voluto riaddormentarmi e dimenticare quel fastidio, ma non c’era proprio modo di farlo.
Cosí accesi la lampadina del bagno riparandomi gli occhi dal bagliore troppo forte, per quanto la luce fosse fioca, alzai la tavoletta, tremando lievemente e provai ad urinare.
PROVAI!
Provai senza riuscire, colto da un’improvvisa nausea mi resi conto che non mi ricordavo come si pisciasse. Per quanto mi sforzassi di ricordare e di contrarre tutti i muscoli del corpo, non ottenevo nessun risultato. Non sapevo che cosa dovevo far dire al mio cervello per liberarmi. Lo stimolo aumentava sempre più, facendomi boccheggiare dal fastidio: dovevo farla ma non sapevo come!
Se solo mi fossi riaddormentato, ero sicuro, si sarebbe risolto tutto: avrei saputo di nuovo come urinare e tutto questo mi sarebbe sembrato soltanto un’avventura ridicola e patetica.
Dimenticarsi come si piscia. Chi può dimenticare come si piscia? È una cosa senza senso, completamente assurda! Eppure… Io avevo questo problema, insormontabile per le mie forze.
Preso dai miei pensieri mi scapparono due gocce e poi un debole fiotto di urina sgorgò dal mio cazzo ma, preso dall’euforia perché mi rendevo conto che non ero bloccato, cercai di liberarmi ancora, però lo sforzo si rivelò vano, anzi controproducente. Di colpo si fermò tutto, come un rubinetto chiuso, che ero incapace di aprire. Concentrandomi avevo bloccato quella parte istintiva del corpo che mi avrebbe salvato.
Disperato mi rialzai i pantaloni del pigiama perché il freddo notturno mi aumentava lo stimolo che non potevo soddisfare. Tornai a letto sperando di addormentarmi ma sembrava veramente impossibile: avevo solo un’idea in mente, la mia vescica. Gonfia, sempre più gonfia, che accumulava i liquidi di scarto senza potersi svuotare. Eppure sapevo che non c’era un blocco di alcun tipo, semplicemente ero io che non mi ricordavo più come si facesse.
Se fossi riuscito a chiudere gli occhi e a cedere all’incoscienza il mio organismo ci avrebbe pensato da solo. Mi sarei potuto arrangiare con i pannoloni per l’incontinenza della terza età, certo una soluzione ridicola, ma almeno se non mi fossi mai ricordato come si piscia, avrei potuto salvarmi i reni e la vita.
La vescica può esplodere? Quanto si può restare senza pisciare? Un giorno? Due? Quanto tempo ci vuole per morire?
Angosciato da questi pensieri che mi tenevano sempre più sveglio, chiamai l’unica persona che potessi chiamare a quell’ora della mattina perché insonne.
Mia nonna!
D’altronde la nonna mi aveva visto nascere, sapeva tutto di me, non dovevo vergognarmi di lei, inoltre aveva fatto la veterinaria in un paesino di campagna per tutta la vita. Va bene, non era un medico ma era sicuramente preparata sulla fisiologia dei mammiferi, fossero cavalli, cani o uomini.
Cosí la chiamai, cercai di spiegarle il problema e, incredibilmente, sembrò capire al volo la situazione. Mi disse di aspettare, e in capo a un quarto d’ora suonò al campanello di casa mia.
La feci entrare e lei, frettolosamente, si insinuò nell’ingresso prendendomi la mano, conducendomi in camera da letto.
Mentre camminavamo mi spiegò che aveva tardato un poco perché era passata in farmacia a prendere l’occorrente per aiutarmi, ed infatti aveva con sé una busta di plastica con una croce verde stampata sopra.
La mia mano sudava nella sua stretta forte e decisa, tipica della donna che aveva avuto a che fare con emergenze di ogni tipo, che aveva messo le mani ovunque in qualsiasi animale. Per l’emozione mi scappò qualche altra goccia di pipí, lasciandomi un alone imbarazzante sui pantaloni. Lei se ne accorse e, sorridendo compiaciuta, mi disse che c’era ancora molto da fare.
Annuii rosso in volto perché di colpo mi sentivo non essere più l’uomo che ero diventato ma il bambino che piangeva spaventato cercando di nascondersi tra le pieghe della sua gonna, quella gonna rassicurante, avvolgente, che nascondeva le sue forti gambe sotto alle quali mi infilavo quando avevo davvero tanta paura come la provavo in quel momento.
Mi fece sdraiare e liberare dal mio pigiama fradicio e puzzolente, si mise un paio di guanti in lattice e mi sussurrò all’orecchio di non temere.
Facile dire di non avere paura, molto meno non averla davvero. Di colpo mi era ritornato lo stimolo, prepotente e doloroso e non sapevo come liberarmi, mi veniva da piangere, ma lei, mia nonna, continuava a rassicurarmi, baciando le lagrime che rigavano il mio volto, ripetendomi di non avere timore, che sarebbe durato poco.
Mi intimò di fare una serie di respiri profondi, mentre apriva una confezione di plastica con dentro un lungo tubicino trasparente. Con il gomito poggiato sul basso ventre, dandomi la schiena, mi tenne ben fermo sul letto, mentre con una mano afferrava il mio membro impaurito, ancora sozzo del rapporto con Lucia. Con un ordine secco mi disse di fare un grande respiro, mentre tentò di infilare il tubicino dentro l’uretra: era un catetere!
Non avevo mai provato un dolore del genere, mia nonna sicuramente doveva avermi scambiato per un cavallo, o almeno non doveva essere abituata alle mie dimensioni sicuramente non equine.
Mentre cercava di infilare questo tubo, senza averlo lubrificato, con l’altra mano stringeva sempre più, muovendola su e giù, su e giù, facendomi combattere il dolore con il desiderio che il maneggiamento mi procurava. Morivo di vergogna; il mio pene aveva un’enorme erezione e temevo che sarei potuto venire. Avevo le lacrime agli occhi per le emozioni estreme e contraddittorie che mi laceravano. Era tutto cosí doloroso e irreale, come un incubo terribile, ma se fosse stato un sogno avrei dovuto svegliarmi già da tempo. Giacevo inerme, completamente alla mercé di mia nonna. Non riuscivo a muovere un muscolo, mentre sentivo la voglia crescere sempre più e le sue parole soddisfatte. Il dolore era diventato insostenibile e ciononostante il mio durello non accennava a diminuire, sudavo freddo, pensavo che sarei morto da un momento all’altro quando finalmente il mio cervello non resse e persi i sensi.


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  1. Ha davvero dell’incredibile, quasi assurdo! 
  2. E non è l’ultimo! 
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Il piscio

Un po’ di tempo fa sono tornato in contatto telematico col mio vecchio amico toscano Edo Cuoio1, poeta e prosatore amatissimo nei circoli di letteratura erotica, gore e pulp.
Purtroppo non ci siamo mai incontrati, anche se speravo potesse partecipare al mio matrimonio ad Antofagasta2. Ma un impegno improvviso lo trattenne. Insomma, spero ci rifaremo, ma nel frattempo sarà un piacere collaborare anche solo telematicamente (se lui è d’accordo chiaramente) e… ho perso il filo. Comunque, risentendomi con Edo abbiamo detto: dopo tutto questo tempo, perché non scrivere una storia insieme? E così è stato, potete leggere la storia di seguito.
Questa storia, in realtà, è pronta da un bel po’, ma abbiamo deciso di aspettare questa data per pubblicarne la prima parte per ben due motivi altamente significativi per noi e per la storia stessa: In questo giorno, infatti, nel 1992, Jeffrey Dahmer fu condannato all’ergastolo e, soprattutto, il 15 febbraio 1564 nacque Galielo Galiei alla cui memoria questo racconto è dedicato3.


Il piscio

Da tempo, nel nostro appartamento, ospitavamo con piacere Luciano, il nonno di mia moglie Lucia. Condividevamo tutto con Luciano, era parte integrante della famiglia. Era più di un suocero o di un parente, più sfuggente di un amico: una presenza disarmante cui lasciavamo le porte aperte. Ci abitava, ormai esile e malfermo, come uno spirito che non sapevamo definire. Emanava una saggezza selvatica. Lo osservavamo, già scuro di pelle, prendere il sole sulla terrazza, svestito, senza il pudore della gioventù o la pavida falsità di tanti anziani. Ci sembrava non sempre capisse la nostra vita, ma sempre lo lasciavamo assistere o partecipare della nostra intimità.
Erano circa le ventitré. Lucia si era svegliata per pisciare. Dal letto sentivo il getto dell’urina sprizzare nella tazza del gabinetto. La notte era soffocata dall’afa agostana. Luciano dormiva nel letto di fronte, senza lenzuola, direttamente sul materasso. Era nudo, il corpo secco di un’ottantenne, ma ancora teso da un nerbo senza tempo. Il modo in cui si muoveva, o in cui appariva anche durante il riposo, era davvero singolare. Sembrava formato dalla sua stessa energia, qualcosa che non sapevo spiegarmi, riflettevo. Giacevo sdraiato, supino, nel pieno di un’erezione. Lucia, nuda, tornò dal bagno. Si sdraiò su di me. La sua pelle era umida, bollente. Mi sussurrò: “Hai il cazzo duro. Tra due ore devo già alzarmi”. Attaccò la sua bocca alla mia, cacciò una lingua vorace tra le mie fauci. Con la mano mi abbassò gli slip, mi strizzò le palle facendomi sussultare. Nella penombra mi sembrava che Luciano si fosse girato verso di noi.
Affondavo nella carne centimetro dopo centimetro. Mi dissolvevo. La matassa del mio sperma aleggiava pronta ad esplodere. I frutti ondeggiavano in avanti e all’indietro nel vivo sacco pendente. Ad ogni stantuffata il mio ego si iniettava all’interno suo. Mia moglie era bellissima, nel turgore i suoi seni pere massicce, sudate, che saltavano puntandomi capezzoli interminabili e minacciosi. Pazza antilope scatenata sulle distese del mio corpo fatto cazzo. Ora, la criniera sciolta al piacere, mi ricordava i primi tempi in cui ci eravamo conosciuti, la passione con cui da ragazza danzava ansimando su di me. Il suo pube squassava il mio con clangore d’ossa, rischiando ad ogni movimento inconsulto di sradicarmi il pene. Era terribile, era una dea distruttrice, ed io la adoravo con tutto me stesso. Fu l’ultima volta che facemmo l’amore, come capii poche ore dopo, né più la rividi dopo che andò a lavorare.


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  1. Purtroppo non ho un collegamento ipertestuale da inserire. 
  2. Una volta era boliviana. 
  3. Con un po’ di pazienza potrete leggere come continua. 
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Un semplice

Prendendo spunto dalla foto d’apertura del Dizionario, ho preso un pezzo di cartone di una scatola usata e, armato di pastelli ad olio, ho fatto quello che potevo.
Mi piace l’idea di cercare di riutilizzare le cose già utilizzate, quale che sia il risultato finale.
Su richiesta del proprietario della foto, pubblico questo pastelletto con una licenza piú ristrettiva del solito.

https://yziblog.files.wordpress.com/2018/02/paesaggiolacustre.jpg?w=520

Semplice.


Pastelli a olio su cartone, 25×17 cm circa.


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Di titani ed altri forzuti

È passato abbastanza tempo, per i miei tempi, per poter parlare del films Prometheus, dell’ancor piú famoso Ridley Scott.
Ho letto tanto in merito. Ho letto di appassionati, di fans, e di critici professionisti ma, purtroppo, non ho mai letto l’unica cosa veramente importante venisse detta. Mi sembra impossibile essere l’unico che se ne sia reso conto perché è ovviamente palese l’intento.
Premetto che in questo, lo dico da me per far prima, pregevole articolo potrei rivelare intrecci e nodi della trama e quindi chi non sa di cosa si parla si può regolare di conseguenza1.
La storia che viene raccontata in questa pellicola è un prequels, o meglio la prima parte di, Aliens2 e di come si è arrivati a quella stupenda e perfetta macchina di distruzione senza sesso e senza occhi3 che noi tutti abbiamo imparato ad apprezzare ed amare.
Qualcuno ha creato questi mostri alieni. Ma ha anche creato gli esseri umani. O qualcosa da cui sono arrivati gli esseri umani. Ma non ha fatto solo questo, no davvero. Ha fatto di piú. Ha citato un epico films troppo dimenticato e bistrattato dai piú4, sto parlando della pellicola I dominatori dell’universo5, in cui per viaggiare tra una dimensione e l’altra, in qualsiasi tempo e luogo, si usa chiave cosmica, che tra l’altro è anche un ottimo sintetizzatore, l’ideale per fare un po’ di sana musica elettronica tipica degli anni ’80!
Quindi cosa permette di spostarsi in questo prodigioso films di He-Mans? La musica! La musica suonata dalla chiave cosmica dell’orripilante mostriciattiolo che crea una porta dimensionale di cui nessuno ha bisogno perché i cattivi inseguono subito i buoni sulla Terra, senza nessuna chiave.
In Prometheus, e nel suo conseguente Covenant, invece, la musica attiva cose e accende motori delle astronavi. La similutidine è palese e l’omaggio è voluto.
Come mai nessuno ne ha mai parlato? Non è abbastanza “cools” parlare dei films tratti dai pupazzetti che volevano essere tratti dai romanzi?
Provo solo disgusto per questa omertà culturale: questa che fate voi, non è critica!


  1. Mi preme però sottolineare che non mi interessa discutere o essere letto da chi non sa di cosa sto parlando o, peggio ancora, chi può avere problemi a godere o fruire di qualsiasi lavoro di fantasia perché ne conosce già gli estremi e la conclusione, prima ancora di essercisi avvicinato. Il vostro mondo ristretto non fa per me e non mi interessa assolutamente avere a che fare con voi, ciechi ed insensibili fruitori dell’arte.6 
  2. Seguito poi da Alienses e via dicendo. 
  3. In qualche modo gli xenomorfi riescono a vedere tipo gli infrarossi. Ma non è che abbiano degli organi di senso ben pronunciati e visibili da qualche parte. Se si esclude il tatto che suppongo abbia e si può dire, credo, che tutta la sua superficie corporea sia un organo di senso tattile. 
  4. Solitamente i piú di questo caso coincidono con le persone che disprezzo nella prima nota: non credo sia una coincidenza. 
  5. Masters of the Universe per i piú anglofoni. 
  6. Avrei potuto scrivere piú direttamente che mandavo a fare in culo quelle persone ma non volevo che i piú tonti lo capissero subito7
  7. Tra l’altro non sono convinto abbiano capito neanche cosí a dirla tutta. 
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Il dizionario dell’umile gentiluomo, parte I

Finalmente la guida che potrà trarvi da quell’imbarazzante situazione in cui vi trovate per colpa vostra.

Un Artista Minimalista

Una cortese prefazione visiva

Gentilissimi lettori e lettrici, ben ritrovati su questo blog. Per voi, oggi, una cospicua novità concepita e realizzata simbioticamente dalle più autorevoli personalità della rete: Un Artista Minimalista, Ysingrinus, Gintoki, Gintoki e Ysingrinus. Con questo articolo, noi, solo per voi, inauguriamo una serie di articoli per i moderni gentiluomini e gentildonne che desiderano aggiornarsi e distinguersi con vera raffinatezza in un mondo sempre più grossolano e deprivato di cultura. Per chi non ci conoscesse, siamo tre uomini bloggers provenienti da tutta Italia che convivono civilmente da anni (costituiamo una coppia a tre, a distanza). Forse racconteremo in seguito come ci conoscemmo tramite chats, a Malaga, tanti anni fa.
In questi articoli ci focalizzeremo principalmente sull’universo maschile, che per motivi biologici conosciamo meglio. Precisiamo però che sono articoli pensati anche per le nostre lettrici, come strumento di conoscenza per meglio comprendere l’altra…

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Lettera a un quotidiano

Pubblico di seguito una lettera che ho avuto modo di leggere oggi su un quotidiano che seguo per l’alto livello degli articoli e le interazioni dei lettori. Purtroppo non c’è la risposta, ma confido in un editoriale quanto prima.


Gentilissima redazione,
vi scrivo, con piccato umorismo, per commentare i vostri recenti articoli sugli avventori avveduti da ravveduti avveduti.
Sintatticamente parlando il geomorfismo che voi trattate come allegorica metafora mitopoietica è invero molto scialbo e, concedetemelo in nome del rispetto che io porto a voi e voi portate a noi lettori, oltremodo neoclassico. Un neoclassicismo preraffaellita della prima ora e del contrordine materico.
Capisco bene il vostro punto di vista: d’altronde voi avete sempre combattuto questa battaglia sulla diversificazione della semantica garibaldina, però c’è modo e modo di corroborare le proprie fonti causali: per esempio se invece di scrivere «[…] chi scrive è bene consapevole dell’effetto del deuterio sul sodio cloruro.» aveste scritto «il sodio cloruro, col deuterio, è lapalissiano», nessuno avrebbe avuto dubbi o problemi in merito.
Come mai quindi questa profonda ambiguità surrettizia? Non voglio pensare che ci sia un’amorale immoralità caducea, perché mi farebbe male anche solo l’esternazione del pensiero immaginifico, ma al tempo stesso l’idea che la sostenibilità delle azioni a seguito delle parole sia insostenibile mi è insostenibile.
Vi prego, quindi, di chiarire i vostri punti in merito alla questione metempsicotica che ho sollevato prima, fateci capire dove e qual è il nodo gordiano che avete intenzione di sciogliere in calce sul frontespizio del rosone.
In merito poi allo scandalo

della maieutica presocratica, vorrei sottolineare che Talete col suo Archè non intendeva assolutamente quello che voi, improvvidamente avete deciso: nessun pozzo e tantomeno nessuna caverna. Ma neanche un caos strisciante che organicamente trapana il cielo con le sue spirali spirochetiche, fantasia, mi sia concesso di illuminare, che manifesta maggiormente le aspirazioni di chi verbosamente scrive che la sustanzialità di cui chi scrive voleva scrivere. Fantasia figlia di un novello decadentismo moderno in un contesto socioantropologico rurale di aperta metropolitana esistenziale ed esiziale.
L’assurdo edonistico e idilliaco mal si sposa con l’ascetico impulso nevralgico di un estetico solipstico stilita.
Quello che dovevo dire l’ho detto. Aspetto, sinceramente e prepotentemente una vostra risposta al piú presto quanto prima.

f. K.


EDITS:

Di seguito allego la lettera in questione.

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