Problemi di pesca

È giunto per me il tempo di rivelare una mia particolarità. So che per molti non mi renderà onore quello che sto per dire ma, spinto dalle affermazioni del buon Gintoki devo dire anch’io la mia. Anche se, ripeto, questo mi farà sembrare spregevole ai piú.
Terminata l’introduzione1 lascio la parola alle parole2.


Ormai dieci anni fa ho avuto uno spiacevole incidente di pesca montana: stavamo, i miei compagni di pesca ed io, inseguendo una balena dolomitica fin dall’Aspromonte, una caccia serrata e sfiancante, un confronto tra cervelli, una sfida tra primati e cetacei senza esclusione di colpi, senza pietà. Era in gioco la nostra vita, la nostra affermazione di potenza e di diritto ad esistere: quella balenottera aveva compiuto già numerose razzie, sembrava impossibile catturarla e la fauna locale ne stava risentendo già, cosí come l’allevamento del bestiame.
Bisognava fare qualcosa ed allora chiamarono noi. Eravamo una squadra specializzata in queste situazioni: grandi prede, selvagge, intelligenti e spietate3.
Armati di tutto punto, ma soprattutto della nostra competenza ed astuzia la caccia ha cosí avuto inizio.
Tra trappole ed inganni siamo riusciti a resistere e a portare l’animale nel suo luogo d’origine, dove si sarebbe sentito piú al sicuro e dove finalmente avrebbe potuto abbassare la guardia. Finalmente messa alle strette, la balenottera ha deciso di scontrarmi direttamente, cosí ho preso il mio rampone da ghiaccio, mi sono liberato dal giaccone di pelle di foca albina ed è iniziata la danza: schivate, colpi e fendenti, canti ed urla, con le montagne che osservavano silnziose il macabro rito della della natura che schiaccia la vita per la vita, assetate di sangue.
Poi, all’improvviso, un colpo di coda, uno spruzzo violentissimo, scompare, mimetizzata tra le nevi compare alle mie spalle, mi butto di lato, scarto un paio di fendenti caudali, un affondo di pinna e poi il disastro, un compagno di pesca mi colpisce preso dal panico, il suo rampone da ghiaccio mi taglia di netto il sacco scrotale e cado a terra priva di sensi, la neve beve il mio sangue, tingendosi di cremisi.
Mi sono svegliato in ospedale, ad Orbassano, sulla costa, vicino al mercato delle balene, con l’odore dell’ambra grigia nelle narici.
Ma questa è un’altra storia4.


  1. Scrivo quello che sto scrivendo cosí da poter aiutare anche il lettore meno attento. 
  2. Vuole essere un gioco di parole ma è anche la verità. 
  3. Spielberg richiese la nostra consulenza per Jurassic Park. Ovviamente adattò la nostra consulenza per non far vincere gli umani sui velociraptors, sennò non ci sarebbe stato il films. 
  4. Come direbbe anche Fëdor Michajlovič Dostoevskij 
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Verbosità

Considerati oramai inutili e sorpassati i verbi, decido di cimentarmi nella scrittura di un racconto molto breve, concepito in tempo reale mentre scrivo, senza preparazione dunque, liberato dall’orpello del verbo esplicitamente manifesto.


La fame

Un salto nel vuoto, nel precipizio profondo della disperazione piú nera. Un giovane angosciato stanco di tutto anche il giorno del suo compleanno. Forse non in quel giorno, forse un giorno qualunque ma tanto ormai solo la morte benefica per la sua inutile vita: un giorno come un altro.
Il sangue, sí, questo e niente altro.
Una corsa frenetica alla ricerca di una preda per il proprio dolore una corsa per la sua fame la sua sete la sua disperazione. Impossibili denti su gracili ossa, rosso liquido lungo la gola urla atroci nell’aria prima dell’agognato oblio. Uno sparo un’esplosione e poi niente solo il nero prima del nulla.
Attonito, con la pistola ancora calda, il giovane, con una fame inspiegabile…


Questo è quello che è. Se non vi piace io non ci posso fare niente.

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Labirintiche geometrie

Ultimamente mi accade una cosa particolare ma a suo modo interessante: dormendo in una stanza, in un letto, in cui ho dormito per tanto tempo, ma con disposizioni differenti, mi sveglio nel cuore della notte completamente disorientato: mi mancano i punti di riferimento, il muro non è alla mia destra ma dietro la mia testa, dove sono finito? Cos’è quell’ombra minacciosa che risplende nel buio piú assoluto?


Dormendo

Mi agito nel sonno, scalciando via le coperte e le lenzuola. Mi sento soffocare, il corpo è madido di sudore e mi formicolano gli arti.
Provo ad alzarmi ma non ce la faccio, mi gira la testa, troppo per poter fare qualsiasi movimento.
La testa sprofonda nel cuscino, sono finito in un vortice concentrico di buio ed oscurità. Lampi maligni di terrore mi trafiggono gli occhi e penetrano nel cervello. Voglio urlare ma non ce la faccio, la gola è muta, la lingua uno straccio umido e rigido. Soffocherò nell’ombra, schiacciato da una pressione impossibile e nessuno se ne potrà accorgere.
Allungo disperatamente le braccia sperando di sbattere le nocche contro la sicura certezza delle pareti ma colpisco il vuoto, ruoto a fatica la testa e non c’è niente. Prima c’era un muro e ora c’è il vuoto. Provo a muovere il braccio ma non ho piú le braccia! Sento il nulla che avanza sulla mia pelle, mi accarezza, mi sfiora, mi abbraccia e poi niente, scompaio. Lentamente. Un centimetro alla volta, mi perdo nell’oscurità, svanisco nel buio.
Precipito.

***

Una volta assorbito dal nulla ho iniziato a cadere in un labirinto verticale da cui è impossibile uscire. Le grida prima strozzate ora mi assordano, sento tutti le urla della mia vita, tutte quelle che non sono riuscito a lanciare prima. Un boato mostruoso mi colpisce le orecchie che iniziano a sanguinare. La testa mi esplode ma non smetto di sentire e di soffrire. L’incubo continua ancora e ancora, non c’è speranza per me!
Affondo nel letto, le lenzuola mi avvolgono e intrappolano, chiedo aiuto ma nessuno risponde ai miei richiami, poi un’ombra avanza verso di me. È una creatura bestiale, grandi ali membranose e artigli possenti su esili arti. Con un balzo mi è sopra, mi comprime e mi schiaccia, colpendomi al volto e stringendo le sue oscene zampe sul mio collo strozzandomi finché sento le mie forze venire meno.
Morto. Sono morto e nessuno può farci niente.


Neanche rileggo, perché la pigrizia è forte in me. Quel che è venuto è venuto. Se non vi sarà piaciuto nessuno potrà essere biasimato se non voi stessi. Indietro non si torna. I periodi lunghi sono per i perdenti, ho deciso.
Niente sarà come non sarà.

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Distopiche ucronie

Mi sia perdonato il trucco del titolo potente per attirare l’attenzione ma quest’articolo merita tutta l’attenzione possibile, ed ancora qualcosa di piú.
Cosa rende tanto speciale proprio questo articolo? È presto detto: è un racconto del sempre ottimo Assistente42 che io, affettuosamente, ho appena deciso che da sempre lo chiamo Eratostane lo smargiasso, quindi potrei anche abbreviarlo con ElS d’ora in poi.
Molti si ricorderanno di lui perché è un centauro, oppure perché è un ganzo in grado di far percepire il suo tocco speciale su ogni cosa con cui interagisce.
Quale che sia il motivo per cui lo conoscete e lo stimate, vorrei farvi notare come noi tutti siamo abituati alla sua saggistica, pungente e precisa, tagliente ed accurata, grazie ad una mentalità che farebbe arrossire il piú gelido e freddo dei superconduttori1 che, però nella narrativa crea dei risultati sorprendenti.
Con uno stile vagamente rétro, la storia che accingiamo a leggere ci conduce per mano a sondare gli abissi della coscienza come prima di lui hanno già fatto Dick, Ellison o Gibson, portandoci a chiedere chi siamo realmente.
Parlavo dello stile prima, bene vi invito a fare attenzione a non farvi ingannare, perché non è solo un semplice capriccio da scrittore, ovviamente2, perché quando ElS scrive, tutto ciò che scrive è funzionale e necessario, tutto è calcolato, per rapire il lettore immergendolo completamente nella parte del mondo che ci vuole fare esplorare, regalando un’esperienza tale da spezzare il fiato.


La distopia di Papà Pig

di

Assistente42

Parte I

Papà Pig era un uomo felice. Aveva la sua casetta in cima alla collina, una deliziosa e amorevole moglie maiala, due figli vivaci e affettuosi: la fastidiosa Peppa e il non troppo intelleggibile George. Quest’ultimo aspetto lo preoccupava non poco ma, sebbene Papà Pig avesse il pallino dell’eloquenza, riconosceva che il suo prosciuttino avesse solo due anni, pertanto si limitava a scrollare le sue possenti e cotennose spalle e a grugnire beffardo e benevolente come sempre.

La sua vita procedeva sempre uguale, sempre contornato dai suoi affettati, allorché un giorno, durante le abluzioni mattutine, la visione di sé allo specchio gli indusse delle riflessioni. Si accorse, infatti, che la sua immagine riflessa apparisse giusto appena delineata nelle sue forme essenziali. Notò che la forma della sua testa ricordasse quella di uno scroto umano. Sebbene fosse certo di non aver mai incontrato questo strano animale nella sua quotidianità, ne aveva come un latente ricordo. Non diede tanto peso a questa sensazione e continuò a osservarsi con attenzione sempre crescente e l’oscena forma della sua testa passò improvvisamente in secondo piano. Si accorse, infatti, di come tutta la sua figura apparisse delineata da tratti elementari. Il contorno della sua sagoma appariva di un rosa leggermente più saturo del resto del suo corpo, uniformemente rosa. La sua barba, segno evidente della sua virile verrità, appariva anch’essa grottesca e approssimativa; il manto di un istrice invece che il meglio di un uomo, orripilante complemento alla forma scrotale del suo enorme mento.

Pensando si trattasse di un’allucinazione o di un caso di presbiopia suina in rapida progressione, inforcò i suoi occhialetti. La realtà gli parlò in tutta la sua cruda eloquenza: anche l’ausilio alla visione sembrava disegnato nei suoi tratti essenziali e poco servì allo scopo.

A un tratto, Papà Pig ebbe un’epifania ma non volle credervi del tutto e la mise alla prova. Distolse brevemente lo sguardo dallo specchio per riprendere a fissarlo subito dopo, con un rapido movimento della testa, quasi a volerlo sorprendere. Lo specchio non si fece ingannare. Ritentò più e più volte. Voleva davvero capire come lo vedessero gli altri e si illuse per un momento di poterci riuscire fregando lo specchio, ma invano. “Queste cose succedono solo nei grandi romanzi!”, grugnì sarcarstico, e fece per andare al lavoro, cercando di ignorare questa opprimente seppur latente sensazione.

Poco prima di uscire di casa per affrontare quel mondo che gli appariva ormai stereotipato e artificialmente rassicurante, diede un bacio sul muso della moglie, ma questa lo guardò e capì subito che vi fosse qualcosa di strano. Percependo il disagio della sua rosea consorte, Papà Pig provò ad estrinsecare i suoi pensieri:

“Cara, ti sei mai chiesta se il nostro mondo sia reale o se sia invece ci sia dell’altro?”
“Sei sicuro di sentirti bene?”
“Non mi sento bene affatto. È come se avessi percepito che il nostro mondo sia governato da regole incomprensibili. Ad esempio, ricordi il tuo nome?”
“Ma certo Papà Pig. Io sono Mamma Pig”
“Ricordi l’episodio Time Capsule? I nostri bimbi a scuola hanno replicato l’esperimento che abbiamo fatto noi alla loro età, ovvero di sotterrare degli oggetti affinché i posteri potessero trovarli. Ricordi che abbiamo, a suo tempo, sotterrato un nostro video?”
“Ma questo cosa c’entra?”
“Cara, noi in quel video eravamo bambini e ci chiamavamo già Papà Pig e Mamma Pig. C’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo”

Mamma Pig restò sbigottita. Pensò sul momento che suo marito fosse impazzito, eppure percepiva la parvenza di un senso nelle sue parole sebbene non riuscisse a capire esattamente dove. Non diede comunque molto peso alla cosa e si dedicò alla consueta contabilità sul suo grottesco computer, infestato da uno strano virus per cui una gallina deponeva delle uova in giro per il desktop. Per fortuna il piccolo George sapeva sempre come aiutare la sua mamma.

Papà Pig raggiunse il suo posto di lavoro, all’ultimo piano del palazzo più alto della città. Sperava che questo vortice di prospettiva assoluta potesse momentaneamente abbandonarlo almeno al lavoro; invece, i suoi interrogativi aumentarono. Cosa c’era nei piani sottostanti? Perché non c’era mai stato? Perché non aveva mai domandato? Ma soprattutto in cosa consisteva esattamente il suo lavoro?

Raggiungere la sua scrivania, dopo aver salutato i suoi colleghi, non gli risolse questo dubbio. Il Signor Coniglio era intento a timbrare fogli senza nessun apparente senso logico, mentre la Signora Gatto si limitava a disegnare colorate forme geometriche elementari e a stamparle a più non posso.

Dietro le sue spalle, Papà Pig trovò la lavagna, suo prezioso strumento di lavoro. Conteneva i calcoli del giorno precedente e cercò di trovarvi un senso. Algebra elementare del primo liceo faceva capolino insieme a qualche sparuta tabellina e a complicatissime espressioni, come 1 + 1 = 2.

A quel punto la verità gli si parò di fronte in maniera ineluttabile: quel mondo era stato disegnato da un creatore alquanto illogico e volubile e loro, i suoi abitanti, non erano che pedine manovrate distrattamente, svogliatamente, capricciosamente. Quale forma può avere questo creatore? Perché privare di ogni individualità alle proprie creature non solo negando il concetto di nome proprio, ma addirittura facendo assolvere questa funzione a un nome comune?

L’affiorare di un tenue ricordo ordinò a Papà Pig capì di ribellarsi. Si alzò in piedi e con calma, seppur con voce stentorea, disse: “Il mio nome è Algernon Anderson”.


Postfazione

Cosa posso dire dopo una perla del genere, ricca di citazioni e richiami culturali e pop? Cosa sono io? Come faccio a scrivere su questa tastiera di marzapane3 con i miei zoccoli da artiodattilo? Qualcuno, forse l’Assistente42 ha scritto di me che scrivevo di quello che scriveva lui4?
Solo nella seconda parte ne potremo sapere di piú!


  1. Al lettore capire se questo abbia senso. 
  2. Ovviamente. 
  3. O pasta reale? 
  4. C’è stata anche una citazione involontaria che mi ha fatto temere che anche lui scriva quello che qualcuno vuole che lui scriva e cioè di me che scrivevo di quello che scriveva lui. 
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Modi di dire

Per il mio portentoso progetto dell’Enciclopedia Astronomica Illustrata un disegno che spiega tante cose, tra le quali anche perché si dice «garibaldino come una faina».

Lei però non è stata ferita in battaglia.


Mi rifiuto di dare le dimensioni questa volta!

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Visioni seriali

Io non avrei voluto, ma la contingenza mi obbliga a scriverne.
Negli ultimi tempi mi sono ritrovato a vedere dei telefilms, che ai giorni nostri si chiamano serie1 che mi hanno fatto pentire di avere occhi ed orecchie.
Serie che sembrano essere piaciute a tutto il mondo, osannate ed elogiate da tutti ma che si sono rivelate, disgraziatamente per me, delle atroci sofferenze.
Procedendo per ordine sparso, elencherò e commenterò le ultime visioni che mi hanno devastato l’anima.


La Casa di Carta
Un manipolo di criminali viene reclutato da un misterioso soggetto che si fa chiamare Il professore per fare il “colpo del secolo” alla Zecca di stato spagnola. Citando apertamente Tarantino, i personaggi avranno nomi di città e non dovranno sapere niente del prossimo per non rischiare di compromettere l’operazione in alcun modo.
Le fondamenta per una serie crime ci sono tutte, peccato però gli sceneggiatori inizino a scordarsi cosa succede nelle puntate precedenti dalla seconda puntata della prima stagione; i personaggi siano di cartapesta lacera e tutta la storia si spieghi con patetici deus ex machina: il professore, cervello del gruppo, dipinto come attento pianificatore, in realtà non fa che sbagliare tutto salvo dire poi che aveva pensato ogni cosa per ribaltare la situazione. Un tipo di scrittura scorretto ed insensato che non va bene neanche per un pubblico infantile, infanti che, per via di alcune scene di sesso ed allusione varie, potrebbero non vederla per censure tipicamente televisive.
Nella nota un po’ di punti assurdi che non scrivo direttamente per evitare “spoiler2 a chi è tanto temerario, o sprovveduto da vederla lo stesso.
Mi sono rifiutato di vedere la seconda stagione.


Hill House
Non sono sicuro del nome, ma tant’è, tanto non le metto neanche nei tags.
Premetto che inizialmente questa serie televisiva mi stava piacendo, sul webz avevo pure letto che Stephen King la lodava e cosí mi ero deciso, tutto contento per le conferme visive che stavo avendo.
La storia è semplice, classica, ma con potenzialità non da poco: una casa infestata comprata da una coppia di restauratori di case che vivono rivendendo case sistemate, manifesta tutto il suo potere nefasto sulla malcapitata famiglia, la madre muore ed i figli rimangono traumatizzati in vario modo, chi diventa tossicodipedente, chi rifiuta il tutto, etc etc.
Premetto che alcune idee, che metto tra le note come prima3, non sono male ma, mentre inizialmente l’ambientazione cupa e l’interpretazione degli attori, tra cui un bambino effettivamente molto bravo, riescono a cullarti nell’orrore e nella paura, col progredire delle vicende la storia diventa noiosa, mielosa quasi, con un finale semiaperto moraleggiante. La morale di per sé non è male, ma quando è stucchevole e spezza il ritmo terrorifico che aveva creato, allora qualche problema c’è.
Ennesima nota a margine: sempre sull’internets, ho letto che questa fictions è tratta da un libro, o una serie di essi, non faccio il critico e faccio del mio pressapochismo uno stendardo, molto diverso, con finale e storia piú avvincente e migliore. Ma questi giudizi posso lasciarli solo a chi lo ha letto e sa di cosa parla. Mi vengono in mente un po’ di persone che potrebbero averlo fatto, o volerlo fare ma non mi pronuncio per vedere se capiscono che parlo di loro.
In conclusione, peccato abbiano rovinato una buona idea con bel potenziale, se avessero deciso di dare un’impostazione differente agli ultimi episodi, ora questo telefilm non sarebbe in questa lista.


The Rain
Produzione danese. Motivo per il quale avrò molte frasi corte. Gelide. Taglienti. Adatto allo stile scandinavo.
Un’apocalisse virale stermina l’umanità. Solo i protagonisti e pochi altri sembrano sopravvivere. Una misteriosa industria farmaceutica sembra coinvolta in questa virosi, ma i protagonist, figli di uno scienziato al soldo dell’azienda, non ci possono credere.
Forte, a modo suo, il contrasto tra sopravsissuti rimasti umani e quelli che si sono adattati diventando bestiali.
Misteriosi cacciatori di sopravvissuti inseguono e perseguitano i protagoniti, quasi per partito preso.
In pratica la versione europea di The Walking Dead ma senza zombie. Zombie che in realtà sono assenti anche in TWD, ma non intendo parlare di quella porcheria ora. In ogni caso un rapido appunto alla nota tre da leggere solo se è già stato vista la serie o se non interessati a vederla4.
La noia è la vera nemica dello spettatore. La noia ed i protagonisti, in grado di farti passare la voglia di vivere. Che sia questo il vero potere del virus?


13
No questo è davvero troppo, non riesco a parlarne ora, e poi non l’ho vista neanche da pooc, però ho abilmente evitato la seconda stagione, anche se penso che in questa la protagonista resusciti e si suicidi di nuovo. Ma temo che questo punto a suo favore sia solo un mio sogno infranto, motivo per il quale mi cullo nella mia ignavia, lasciandovi comunque una nota per riflettere su questa porcheria5.


Potrei parlare di altra roba, tipo The OA ma veramente non ce la faccio, a tutto c’è un limite. Per ora. Magari in futuro, anche se spero di dimenticare presto tutto quanto.


  1. Non ho capito cosa ci sia di serio in queste serie, specialmente di quelle di cui voglio parlare. 
  2. Preciso che quando scrivo spoiler non intendo alettone, anche se effettivamente potrei voler parlare anche di alettoni, ma non è questo il punto. Da qui in avanti sconsiglio la lettura a chi non ha visto niente e intende però vedere.
    – Telefoni cellulari non rilevati dalla polizia che suonano quando vogliono;
    – Tunnel sotteranei costruiti sotto la Zecca senza che nessuno lo sappia (questo però lo voglio vedere come un omaggio alla Banda Bassotti);
    – Protagonista femminile che giura non avrà mai piú una relazione amorosa con un “collega” per recente dipartita del suo precedente amante che si innamora in 5 secondi di un ragazzino facendo casino senza senso;
    – Proibizione di sapere chi è chi ma nella storia c’è un amico fraterno del professore e due componenti della banda sono padre e figlio;
    – Assoluto divieto di far sapere al mondo fuori dalla Zecca chi è chi, per poter agire indisturbati una volta fatto il colpaccio, salvo prevedere che un po’ di persone scapperanno e quindi si saprà chi è chi: da notare che quando si scopre qualcuno sembra che caschi il mondo ma dopo nessuno fa una piega;
    – Offerta di un milione di euro agli ostaggi per collaborare. A persone che lavorano alla Zecca di stato. Gli stessi ostaggi che dicono che non hanno mai lavorato cosí bene: ovvero minacciati con armi e con turni di lavoro ininterrotti per giorni;
    – Unico sfasciacarrozze in tutta Madrid;
    – Componente della banda con rarissima malattia neurodegenerativa con tremori che nessuno nota in 5 mesi di convivenza forzata;
    Mi fermo qui ma in realtà è un continuo suesseguirsi di cazzate assurde buone per chi non ha mai letto una storia di Topolino. 
  3. Qualche parola prima di scrivere il contenuto della nota per dare il tempo a chi ha l’occhio veloce, e fuori controllo, di fermarsi prima del tempo casomai non volesse leggere niente di particolareggiato.
    L’idea in questione è il paradosso spaziotemporale, per cui ho un debole, concretizzato in una protagonista bambina che vede sé stessa impiccata senza sapere che è lei ma scoprendolo solo quando muore impiccata nella casa maledetta molti anni dopo. La casa maledetta stessa che modifica il suo aspetto, sia ipnotizzando chi ci entra, sia cambiando proprio forma, è un’altra bell’idea. 
  4. Poche fredde parole per introdurre e ammonire chi sta per leggere questa nota: a vostro rischio e pericolo.
    Al limite del fastidio le situazione à la TWD con i cannibali con tutti entusiasti meno il capogruppo. Ovviamente finché non mangiano una persona. Stucchevole la soluzione smielata di questo capitolo. Ampiamente oltre il fastidio, invece, il ragazzino latore del virus, contagiatore e soluzione di ogni problema. Il cliché del capo dell’azienda che contagia apposta tutti per far vedere le potenzialità della sua arma batteriologica essendo appunto un cliché è abbastanza scontato e noioso.
    Una curiosità: una protagonista ha un apparecchio, mai modifcato per sei anni. Questo è plausibile o dovrebbe avere dei discreti problemi? 
  5. Niente grandi rivelazioni o chissà quale altra cosa, solo un appunto, appunto: l’intento potrebbe essere lodevole e sicuramente è importante parlare di bullismo e sensibilizzare, educare, i piú ed i meno giovani, ai sentimenti e all’empatia. Però questo lavoro va fatto chiaramente, non lasciando intendere che è tutta un’esagerazione della ragazzina protagonista, non colpevolizzando chi le è stato vicino ed è stato allontanato senza motivo (voglio ricordare che il protagonista si chiama Argilla e non è un soprannome), e non mescolando uno stupro con altro. Il tema è serio e trattarlo in maniera tanto leggera non è assolutamente una cosa giusta da fare, cosí facendo il messaggio è rovinato e non solo si è persa un’opportunità per raccontare una storia drammatica adatta agli adolescenti, motivo per il quale io continuo a consigliare lettura e visione di Carrie, ma si è proprio creata una pericolsa confusione, rendendo piú difficile capire i cambiamenti che i giovani, e la loro società, vive nell’adolescenza. 
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Fastidiose sensazioni

Ci sono delle volte che voglio scrivere e poi non riesco a farlo, ho questo schermo vuoto che non si riempie da solo ed allora ci provo, mi impegno, ma il risultato sarà non soddisfacente e cosí rinuncio.
Altre volte, come ora, provo a scrivere che non riesco a scrivere e per un po’ ho la sensazione di stare andando bene, di aver sbloccato un nodo ed invece mi rendo conto, come sto facendo adesso, che sto soltanto perdendo tempo.
Dovrei cancellare ma il mio umile narcisismo mi impedisce di farlo: penso che qualcuno potrebbe trovare interessante quello che scrivo perché scrivo sempre cose interessanti e cosí la mia umiltà si confondo con la boria e il mio genio con puro manierismo.
E questo mi dà fastidio. Quindi cancello. Quando cancello mi riscopro umile e quindi mi blocco. Se mi blocco è perché sono soddisfatto. Se sono soddisfatto sono incompreso.
E questo mi dà fastidio.


Potrei continuare avanti a lungo1, come ho fatto altre volte, mascherando col manierismo il mio umile genio, ma questa volta non intendo farlo, preferisco appuntare che voglio parlare di serie televisive e di arte, in due articoli separati, e affidarmi ad un aforisma del celebre Arturo Cesare Sørensen, lume nell’oscurità che attanaglia la mia stanza in questo momento.
«Il vero fastidio è quello che dà fastidio; fastidioso come solo un fastidio può essere»


  1. Potrei in realtà scrivere di altri fastidi, ma mi dà fastidio l’idea di accorpare diversi fastidi tutti insieme. 
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Oscuri presagi

Se un giorno un indovino mi vaticinasse un numero finito di erezioni come dovrei comportarmi? Se l’augure di cui sopra mi avvertisse che mi rimangono 10.000 erezioni, sulle prime potrei pensare che non è poi cosí tanto male, però conti alla mano, con una media di 10 erezioni giornaliere sarebbero poco piú di due anni. Anche dimezzando il numero di erezioni rimarremmo sempre sotto al lustro. Senza sapere, inoltre, se dovesse implicare il termine della mia vita oppure una galoppante e repentina disfunzione erettile. Se dovessi sopravvivere, dopo l’ultima erezione non ne avrei piú? Forse non riuscirei ad averne per timore di non averne, già molto prima, magari a quella numero 8.700, oppure a 5.000 tonde. Forse allora la divinazione dovrebbe essere incorretta oppure mi sarebbe dovuto sfuggire qualcosa per forza; forse sarebbero 11.000 le erezioni rimanenti, per dirne mille in meno o chissà quale altra diavoleria l’aruspice poteva aver visto.
Ma nel caso opposto, dove il mago aveva visto per me 1.000.000 erezioni rimanenti, potrei ancora essere felice? Mille volte mille è molto piú di quanto si immagini, calcolando le dieci canoniche, avrei 100.000 giorni di erezioni che sono quasi 274 anni: dovrei vivere altri 274 anni per soddisfare la previsione fattami, o meglio non potrei morire prima perché sarei condannato a piú di due secoli e mezzo di cazzo duro, senza poter controllare minimamente le mie erezioni, o comunque senza riuscire ad averne un migliaio al giorno di media.
Le erezioni non si possono controllare, cosí come il caso, che possiamo affrontare a cazzo duro, se decide che devi avere un’erezione ce l’avrai, se è contrario invece no ed allora non lo si può affrontare il cazzo duro.


La maggiore età che si avvicina mi spaventa, mi auguro di non incontrare mai nessuno che mi dica con certezza quante erezioni mi restano perché non sarei pronto ad affrontare questa rivelazione. Nessuno di noi lo è. Nessuno di noi lo può essere!

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Simposio sull’amore personale

Riuniti nella Sala Grande del Tempio della Conoscenza ci sono Y, F, A, e Fm. Mangiano e bevono, discorrendo di tutto ciò che di elevato c’è al mondo, discorsi che per il popolino sono sterili e incomprensibili, per loro sono un delizioso dolce che non può che accompagnare il luculliano banchetto.

Y. – Una volta mi sono sposato: mi sono dichiarato moglie di me che ero mio marito. [con tono greve e prepotente]
A. – Dillo che stai con te stesso solo per interesse e sesso… [azzannando una coscia di stegosauro]
F. – E lo stai facendo a mani basse!
Y. – Mi piaccio, mi sfrutto. Pronto a dimenticarmi e a lasciarmi solo a piangere. [annuendo sardonicamente]
F. – Perché io valgo [parlando al fantasma del nonno di Napoleone]
Fm. – L’avete presa seriamente ‘sta cosa del simposio, eh. [uscendo dal nulla]
A. – Alluce. [rispondendo a sé stesso]
Y. – Non capendo perché mi sono lasciato cosí all’improvviso. Svuotato come un guscio [le mani tra la testa, scuotendo il bacino]
Fm. – Ma chi è lo stronzo? [aleggiando sospesa a mezz’aria]
Y. – Io, solo io! [gridando alle sue scarpe impazzite mentre la Luna esplode]
F. – Mi dispiace. [seriamente contrito]
Fm. – Y., obvio [ogni sua frase è una sentenza]
A. – Post Schizzum. [sospirando sul deinonico]
Y. – Mentre io sono vittima di me. Mi sono divertito finché non mi sono venuto a noia. Sono un mangiatore di me. [osannando le gambe dei tavoli]
F. – A tutto c’è un limite. [oramai scollegato dalla realtà]
Y. – Mi rimorchio nei locali, un cocktail, due parole giuste… e poi mi scopo senza pensarci. [leccandosi le giunture orbitali]
F. – Non preoccuparti… si chiude una patta e si apre un portone [alla sua ombra visibilmente eccitata]
A. – Mi sono immaginato la scena con la neuro al tavolino dietro. [ride sguaiatamente, come una fisarmonica accostata al miele]
Y. – Ed io sono lí che non capisco come ho fatto a farmi scopare da me. [ingoiando un secchio]
F. – Cosa ti ha colpito di te stesso? [Mangiando un ramarro rosso]
Y. – Lo spirito. La timidezza. Quel mio essere impacciato che sembra che non sappia che cosa devo dire. Come se non avessi mai parlato con me. [ispirato, quasi comatoso]
F. – Come hai scoperto che ti tradivi? [genuflesso sui suoi gomiti]
Y. – Quando ho visto i messaggi salvatu su telegram. [grattandosi le unghie dei piedi]
F. – Ti controllavi il cellulare. Infatti. [pensando ai tramonti passati con occhi mai visti]
Y. – Quegli scatti clandestini che mi mandavo per eccitarmi. [ricordando con la memoria a quando ancora non è nato]
F. – Classico. [eufratizzandosi]
Y. – No, è stato un caso. Un giorno ho sentito una vibrazione, credevo fosse il mio teleono ed invece era il mio. [mentre declama l’opera omnia di Senofonte]
F. – Con l’avvocato un casino immagino. [con un piede sotto il massetto del tempio]
A. – Ti mandavi i messaggi con la calcolatrice scrivendo “SEI BELLO”? [intossicato dalle intossicazioni]
Y. – E ho letto che mi scrivevo le cose porche. Peggio, che mi volevo slinguazzare tutto! [mordendosi un malleolo]
F. – Che troio! [tagliandosi la mano dominante]
Y. – Rosso di vergogna ho chiuso tutto. [soppesando i presenti e pensando ad altro]
A. – Hai fatto bene, non ti meriti… [saltando a testa in giú]
F. – E quando hai capito che avevi capito? [Curioso come una lontra morta]
Y. – Mi vergognavo perché mi sentivo scemo ad essermi amato mentre mi tradivo con me. È stato un lampo. [volando come un aerostato stratosferico]
F. – Uno sguardo… [l’attenzione catturata da un’asse di legno che non esiste in questo piano dimensionale]
A. – Una lampo. [digerendo i propri succhi gastrici]
F. – Sei schizzinoso però. Fammelo dire.[cambiando intonazione in si bemolle.
Y. – Io non ero piú io. Mi vedevo e non vedevo piú il me che mi amava… Mi sono amato molto. [piangendo polenta]
F. – Schizzi noso! [mentre viene mangiato da un’aragosta morta]
Y. – Tradirmi con me è stato un colpo basso, non dovevo farmelo. [sospirando un ettolitro di rugiada]
F. – Forse non ti davi ciò che volevi [grufolando selvaggiamente]
Y. – Forse mi davo anche troppo a me stesso. [annuendo con peli]
F. – La colpa è sempre di sé stessi. E non del singolo.[appesantendo ogni frase con un’azione inutile]
Y. – Chi troppo ha poco si preoccupa. Vero. [esclamando puntini sulle i]
F. – E se un giorno ti vedrai con un altro? Saprai affrontare la gelosia? Cerca di fare strade diverse da quelle che prendi. Almeno nei primi tempi, evitati![iconoclasta]
Y. – Se un giorno mi vedrò con un altro me tirerò dritto, non mi darò questa soddisfazione, proprio no! [fiero come un pettirosso albino]
F. – E tu capirà! [ridendo sangue]
Y. – Saprò quello che mi sono perso preferendomi a me! [chiudendo il simposio]


Se solo sapessi cos’è un simposio!


Tutto ciò che ho scritto non riguarda persone reali ma solo lettere sconosciute ed inventate per l’occorrenza.

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Mature considerazioni

Avvicinandosi sempre piú la maggiore età mi sento di dover fare dei ragionamenti piú idonei alla mia vicina condiziona sociale che, ribadisco, è ovviamente vicina. Dannata gestione in blocchi che mi obbliga ad editare a pubblicazione avvenuta per rendere leggibile e piacevole quanto già scritto.

Piccola digressione sulla digressione iniziale. Mentre posso fare questa “scoattata” (cfr. vedi alla voce scoattare della “capolettera”, non posso inserire le note che tanto mi stavano a cuore facilmente come prima, grazie a questo nuovo editor con un nome tanto antico quanto importante (no cari miei, non è Epistoclite, purtroppo, ci abbiamo sperato tutti ma ahimé, la vita è severe ma severa con noi segonatori), non mi consente di controllare il flusso della scrittura come potevo fare prima: potrei installare un plugins per le note a pié di pagina, ma per fare fare ciò dovrei passare ad un piano businesses che però costa 25 euros al mese ed offre tutta una serie di servizi di cui effettivamente nono ho bisogno ed insomma al momento cazzo davvero io proprio non capisco cioè posso solo shitpostare ma male come un cane che non ha mai imparato le tabelline o un cazzo di niente dalla sua vita di orecchiuto peloso che non impara niente ma davvero un casino vero eh!

Dovrei digredire nuovamente sullo shitpostaggio ma onestamente non mi va, però intanto ecco ancora queste capolettere coatte ‘na cifra! Ora devo scrivere qualcosa sennò queste due «D» diventano troppo vicine e mi si crea un effetto assai spiacevole: ahi le sciagure del modernismo imposto e mal pensato, fatto per far sí che chi sa fare non faccia e chi non sa fare non faccia uguale, ma almeno è coerente, al contrario mio, che comunuque non so fare anche se dico che so fare per far credere che so fare dicendo che non so fare per nascondere che so fare. Lo so è contorto, ma è la vostra mente ad esserlo ed io, semplicemente, mi adeguo.

Dicevo dunque, prima di perdermi nei perduti pensieri persi che, essendoprossimo alla maturità volevo parlare di qualcosa a me caro e vicino. No, non sono le vene del mio cazzo, cui presto vorrei dedicare una poësia ma è ancora un lavoro in progetto; le banane! Le banane, in verità non sono altro che dei cazzi che hanno deciso di maturare: stanno lí, verdi e poi gialle, maculate, marroni ed inifine nere. Da buttare. Il cazzo invece non cambia, mai. Non gli interessa farlo, come se non volesse vivere.

Le banane sono i cazzi che hanno preso coscienza della vita. E la affrontano, con la conseguente morte, ovviamente. Il fatto è che anche i cazzi muoiono, ma non lo accettano, come se, ignorandolo, si potesse evitare l’ineluttabile, parola che porta con sé il lutto, escludendo di fatto qualsiasi possibilità di salvezza, fatta eccezione per la consapevolezza che, sebbene non eviti la fine, aiuta a comprenderla e a farla nostra.

Sugli aspetti eroici del cazzo, che non sono da ignorare, vorrei però sottolineare  l’eterna voglia di viverere, nonostante l’immanenza dell’erezione o il decadimento fisiologico dovuto all’età: un erore romantico che combatte contro la «Matrigna Natura» ben consapevole del suo fallimento. Fallimento che non lo atterisce, come invece accade per le banane, ma lo porta ad affrontare, con il glande scoperto, le piú perigliose avventure, le piú disastrose tempeste che mai cazzo possa incontrare. Solo perché è nella sua natura, di cazzo, e di eroe, farlo.

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