Mia madre è un triceratopo, ovvero di quando ho fatto l’esame genetico delle mie ascendenze

Come chi mi conosce da un po’ di tempo ben saprà, io sono il risultato di un miscuglio di etnie e popoli dei piú disparati angoli della terra1 e cosí, mosso dalla curiosità ho contattato un serissima ditta specializzata in queste cose trovate su internets2.
E niente, dopo accurate ricerche ho scoperto che mia madre è un triceratopo.
Lo so sembrava strano anche a me all’inizio, ma tutto ha trovato la sua collocazione nell’ordine naturale delle cose.
Tra l’altro mi ha spiegato perché ho quei corni e quella cresta ossea sul cranio.


Dovrei e potrei dire altro ma insomma, la spiegazione viene dopo.


Questo articolo è ovviamente tratto da una storia falsa3.


  1. Come qualsiasi altro essere umano, d’altronde. 
  2. Sfido i lettori a parlarmi degli angoli della Terra. 
  3. E mi serviva un pretesto per scrivere il titolo che mi piace davvero tanto. 
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La notte che emendai Ysingrinus e Gintoki

Un capolavoro emenda un capolavoro, in un inevitabile, quanto cordiale lavacro empfth gattamelata s’emenda!

(b)ananartista® SBUFF

la notte che emendai ysingrinus e gintoki by (b)ananartista sbuff

Era notte quel giorno.
Sapeva di avere poco tempo. Il tempo gli era stato rubato, proprio quando Ysingrinus e Gintoki [INSERISCI COLLEGAMENTI SE VUOI] avevano deciso di emendare chi avevano emendato.
Non l’avrebbe potuto risolvere in nessun’altra maniera.
Doveva emendarli!
Ganascino d’oro era riverso a terra, granitificato, doveva essere passato quel diavolo d’un Ysingrinus e nessuno, a parte alcune cariatidi erano più passate di lì perché… perché… perché sì!
(simulacro-simulacro-simulacro)
Con un salutare lavacro Ganascino ritorno in sé, le sue mandibole scattavano irose e bramose di bramosia irosa. (b)ananartista SBUFF SBUFF era un poeta e quindi sapeva come andavano queste cose, doveva solo far comparire dei crediti d’oro virtuali con la forza della sua magia ed il tag che Chrome aveva lanciato sui due tristanzuoli si sarebbe attivato in un crack.
***
CROC
***
La filanda era depressa come al solito, le uova di uranio nascoste negli…

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Crescita

Ci sono dei giorni, come oggi1, in cui sento perfettamente il mio corpo. Sento qualsiasi cosa accada intorno a me, sopra di me, dentro di me!
Oggi mi è capitato di sentire una cosa che mi capita molto spesso, perché in effetti i giorni in cui ci sono dei giorni in cui ci sono dei giorni, sono giorni molto frequenti2.
Oggi, anche ora che scrivo, sento distintamente i peli della seconda falange del dito medio destro crescere. Il bulbo pilifero lavora alacremente3, la cheratina cresce e si arrotola su sé stessa, creando delle microscopiche trecce che poi andranno a formare i veri e propri peli.
Ecco io li sento crescere ed allora li accudisco, li pettino, vi applico impacchi tiepidi di deuterio di sgombro4 a cui alterno suffumigi d’azoto in camera iperbarica… li coccolo insomma!
Sapete perché faccio tutto questo? Perché è importante curarsi anche delle piccole cose che spesso diamo per scontate ma che scontate non sono e che basta solo un po’ d’attenzione per accorgersene, magari aspettando che sia uno di quei giorni, quelli del ciclo.


  1. Che è, appunto, uno di quei giorni che è uno di quei giorni5
  2. Cioè che capitano con molta frequenza. 
  3. Oh se lavora alacremente, oh se lavora! 
  4. Avete letto bene: per i peli delle mie dita solo il meglio! 
  5. In ambito pubblicitario televisivo quei giorni sarebbero riferiti al ciclo mestruale, piú in particolare al flusso
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La notte che emendammo Chrome

Quella notte era giorno. Io e Gintoki eravamo andati a Nuova Taipei con un intento ben preciso: emendare Chrome.
Nessuno aveva osato tanto, noi però eravamo i due fessoscopici che potevano farcela. Emendandola, saremmo diventati noi stessi issimi e la cosa bella è che nessuno avrebbe potuto dirci niente, perché l’avremmo fatto sí con il cesello, ma nessuno avrebbe potuto risalire a noi ufficialmente.
Gintoki era il piú turboelico tra i runner della filanda, anche se una serie di attacchi della società Talipète lo avevano costretto alle barricate dentro al televisore per quasi due anni, anche per questo doveva emendare Chrome. Avremmo fatto crollare tutti i nostri nemici, saremmo stati finalmente liberi. Dovevo solo penetrare nel Palazzo del Grisbí, sostituire il chip Gattamelata con l’Ippogrifo3001 giargianese, per cui avevamo un ICEBreaker preso da Al Testone una settimana prima.

Avevamo poco tempo, una volta dentro, dovevo uscire. E farlo prima che i radioisotopi tanto salutari per Chrome, mi friggessero le cervella. In effetti io e Gintoki correvamo lo stesso rischio: entrambi rischiavamo di ritrovarci il cervello fritto, o bronzato, anche se per motivi differenti. Gli ICE a difesa di Chrome erano killer, una mossa sbagliata e il “gattone” sarebbe stato fottuto. Lui sapeva di non poter sbagliare e sapeva che doveva interfacciarsi all’ora stabilita, sperando che io fossi riuscito nella mia operazione, consapevole che non ci sarebbe stato modo di tornare indietro.

Arrivato di fronte a quell’orrendo portone rococò, regolai le lenti dei miei occhi Strabuzov per riuscire a vedere le piú minime variazioni radioattive… come immaginavo, a sorvegliare l’ingresso, occultato dal sistema stealth della UBU Corp c’era addirittura Ganascino d’oro, un nanerottolo estremamente cattivo, con una mandibola robotizzata, in grado di strappare un braccio con un morso. Non potevo affrontarlo direttamente, mi avrebbe staccato la testa prima che riuscissi a dire BLET, dovevo usare l’unico colpo di pistola al granito su di lui, una volta dentro mi sarei arrangiato…

***

Ipnotizzato Alcibiade avevo finalmente la strada sgombera, e potevo scomparire nell’inquinamento che deprimeva tutto il continente, ma al diavolo tutto, anche se incredibile, l’avevamo emendata! Ce l’avevamo fatta!
Gintoki preferí non sapere per evitare di rischiare di rivelare qualcosa se fosse stato preso dalla gang dell’orologio ed altrettanto feci anch’io, saltai sul primo boiler volante, forse era una teiera gigante, e scappai nell’Orklakoma.
Ora è giunto il momento di incontrarci di nuovo, dobbiamo spartirci le “Galassie Essenziali” e le arachidi al pistacchio ma temo che non ci sarà un lieto fine come speravamo, Chrome, non l’ho detto a Gintoki, prima di emendarsi è riuscita a mandare un messaggio a Gubareo, sento già la grande carica su di noi… probabilmente non vedremo la fine di questo giorno stanotte ma, fanculo, saremo sempre quelli che emendarono Chrome!

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Piglio e non scapiglio

Oggi mi sono svegliato con un piglio candidamente polemico, lo stesso piglio che mi ha visto, l’anno scorso, a litigare con un orso marsicano in Molise: ad un certo punto gli ho detto «Va bene stronzo! Te la sei cercata! Io e te, uno contro uno, a zampe nude!» Lui ha risposto con un bramito e alla fine ci hanno dovuto separare perché sennò finiva male per tutti e due…
Bene, con questo stesso spirito polemico oggi vorrei parlare di una cosa che mi ha sempre fatto incazzare, qualcosa che ha a che1 fare con il gran caldo che già patisco da svariati mesi.
Il raffreddamento.
Ci sono diversi modi per raffreddarsi, quelli meccanici e quelli manuali. Quelli meccanici riescono a funzionare, anche se non voglio toccare l’argomento generale ora, quelli manuali sono solo una grandissima truffa se autarchici2.
Prendiamo, ad esempio, il merdoso ventaglio. Talmente merdoso che non degno di dedicargli una nota.
Il ventaglio è tipo la piú grande cazzata degli ultimi 6 millenni: devi agitare una cosa cosa membranosa morbida ma resistente che muova l’aria che ti deve arrivare in faccia3 solo che per farlo devi sudare molto piú di quanto ti possa mai rinfrescare l’attrezzo. Agiti il polso, la mano, la spalla, il bacino, quello che vuoi, per cercare di ottimizzare il risultato, facendo il minimo sforzo per il raffreddamento massimo ma il rapporto sarà sempre a tuo sfavore4 e, se per sbaglio decidessi di aumentare la superficie per aumentare nella dovuta proporzione l’aria spostata, mi ritroverei con un’oggetto ancora piú difficile da sventolare, con una resistenza d’aria maggiore che mi farebbe soltanto faticare e sudare di piú: mi riscalderebbe sempre peggio insomma!
Se voglio sentire freddo non posso lavorare io attivamente per avere il freddo perché per fare il freddo dovrò fare piú caldo io. È realmente una cosa basilare ma il mondo intero ancora vive di ventagli5 quando hanno ragione di esistere solo se c’è qualcuno che sventola qualcun altro.
I ventagli sono strumenti del demonio pensati per farti soffrire o per sfruttare il prossimo.
DISTRUGGIAMO I VENTAGLI DI TUTTO IL MONDO! LIBERIAMOCI DALLA SOFFERENZA CALOROSA AUTOIMPOSTACI E GODIAMO DELLA NOSTRA RISCOPERTA LIBERTÀ!


Scapiglio non so cosa voglia dire, ma penso che prima o poi lo scoprirò.


  1. «Che ha a che» mi piace molto costruzione, mi sembra che si ripieghi su sé stessa6
  2. Uso il termine con evidente mancanza di cognizione di causa7
  3. O sotto le ascelle se avete caldo lí. O dove volete voi boh. In teoria uno potrebbe usare il ventaglio come cazzo vuole ma la società no, giú a rompere il cazzo su una già rottura di coglioni immonda e sbagliata, porcoddio! 
  4. Non è colpa mia, è la termodinamica che funziona cosí8
  5. Non quelli dei films e dei libri ove i ventagli sono strumenti di seduzione o addirittura letali armi letali! Proprio quelli classici da vecchietta che sentendo molto caldo si mette l’equivalente in kg di un montone di lana addosso e poi non paga si riscalda ancora un poco con il ventaglio. 
  6. Ovviamente il «sé» ha dignità di accento anche se seguito da altre parole che potrebbero eliminare il dubbio con il se senza accento: se il sé senza accento senza senno si trovasse da sé, lo stesso sarebbe se il sé con l’accento si trovasse senza senno? 
  7. Non si dice «scognizione» per qualche motivo ignoto ai piú. 
  8. Ovviamente io non so un cazzo di niente di termodinamica, se ne sapessi qualcosa non la metterei in mezzo cosí a cazzo9
  9. Ovviamente. 
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Scorribandazzando

una volta ho diviso l’appartamento con uno scarafaggio che parlava lo stupidese. Non immaginate quante scorribande nello zucchero abbiamo fatto assieme! All’inizio c’è stato un naturale attrito tra le elitre1, dovuto principalmente al divario linguistico: quel ronzare frinesco e quel frinire ronzesco erano solo ronzii e frinimenti per me, ma dopo un po’ ho capito che stava solo cercando di non strozzarsi con una mollica e cosí, dopo avergli praticato la manovra di Heimlich2, ho sentito la sua vera voce, un ronzare frinesco frammezzato da un frinire ronzesco che per me erano solo ronzii e frinimenti.
Dopo qualche giorno, però siamo riusciti a capirci, io ho imparato lo stupidese e lui ha imparato lo stupidese: nessuno dei due voleva forzare l’altro ad imparare la propria lingua e cosí abbiamo optato per una lingua neutra, equidistante, basata sugli infrasuoni che si ottengono ruotando gli occhi.
Questo ha fatto sí che un semplice incontro fortuito diventasse una grande occasione di fratellanza ed amicizia. Ricordo ancora quando, seguendo il mio amico sotto la superficie dello strato di zucchero della zuccheriera, per uscire dal barattolo, l’ho mandata in frantumi. O quando mi sono beccato una scopa in testa perché i padroni di casa avevano acceso la luce all’improvviso e noi correvamo all’impazzata sul pavimento cercando di andare sotto a poltrone e divani. Io sono sempre stato quello lento del gruppo, ma per fortuna ero anche il piú resistente…
Praticamente si può dire che tutto quello che so è grazie a lui: mi ha insegnato a stare al mondo, a sapere apprezzare le piccole cose della vita, a non essere schizzinoso e a capire quanto può essere fragile la vita: un rigido carapace chitinoso sembra una protezione impenetrabile e invece cosí non è: non esiste armatura abbastanza resistente per sopportare gli strali della vita, né può esistere felicità abbastanza duratura3 se sei uno scarafaggio: sai che ogni attimo sarà l’ultimo della tua vita da esapode e quindi lo assapori tutto: dolce, velenoso, salvifico, letale: CREECH SCRECKHH KRACHSKK CKARSHHSCRK


  1. Molti sostengono non siano elitre, ma io ho frequentato molto la comunità, voi altri molti invece? Eh? Eh?! 
  2. Attenzione: sugli scarafaggi può essere molto pericolosa, fatela solo se non avete scelta! 
  3. Ho l’impressione di aver già scritto queste cose ma non mi sembra possibile! 
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Scomponimenti

Smonto
Modifico
Scompongo
Collego
Duplico
Traslo
Distruggo
Rinasco
Mescolo
Unisco
Scompongo di nuovo
Rigenero
Spezzetto
Moltiplico
Scindo
Unisco nuovamente
Disassemblo
Regolo
Spezzo
Anniento
Evaporo
Nascondo
Riduco ostinatamente
Ostento
Dissimulo dolore
Fingo serenità
Collaziono modifiche
Scelgo
Imparo
Muoio
Nasco
Resuscito
Altero
Svanisco
Divento onnipresente
Sogno
Piango
Rido
Sogno

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Fui quasi su Lercio, before it was cool – Assistente42

Uno spaccato di spaccato di una persona che siamo abituati a conoscere come integerrima, tutta d’un pezzo. Eppure oggi possiamo assistere ad un fallimento. Un vero e proprio fallimento inaspettato, di quelli che quando fallisci ci rimani davvero male perché cazzo tu ci credi, ci credi davvero, mica come quando sai che non ce la fai ma poi dici agli altri che invece sí , ancora peggio quando sei sicuro di farcela ma te la meni dicendo figa tanto non ce la faccio figurati se prendono me e invece ci credi un sacco ne sei proprio convinto.

Assistente42 è umano, è uno di voi1, potete sentirlo uno di voi anche se, ovviamente, non è assolutamente uno di voi2!

Specifico che le parti scritte dall’Assistente42 sono scritte dall’Assistente42 e che quelle scritte da me sono invece scritte da me.

Quando avevo un blog tutto mio3 vi ho raccontato dei miei trascorsi meneghini. All’inizio detestavo la capitale morale d’Italia, ma poco a poco finii per amalgamarmi, smisi di preoccuparmi e iniziai ad amare Milano.
I milanesi mi apparivano come gli eredi di un popolo cazzuto (e mi si perdoni la maskolinità4 tossica delle mie parole) che, finite le barricate contro gli austriaci, esauriti i nemici per manifesta superiorità, si erano abbandonati all’aperitivo e allo smantellare, un anglicismo dopo l’altro, la nostra amata lingua italiana. Si sa, infatti, che l’italiano è nato in Toscana ed è morto a Milano (MI)5.
Durante il mio soggiorno il sindaco era Pisapia, un vero uomo di sinistra. Pertanto mi domandai: cosa prova lui quando passa per Piazza Cinque Giornate per andare a fare l’aperitivo ai Navigli col Giangi e la Ludo?
Scrissi di getto questa storia e la sottoposi a Lercio, che ai tempi aveva ancora il sito su Altervista e lo leggevamo in dodici6.


Pisapia: “Cambiare nome a Piazza Cinque Giornate”

Milano – Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, ha deciso che Piazza Cinque Giornate deve cambiare nome. I milanesi rischiano di perdere la piazza che celebra le loro eroiche gesta quando, fra il 18 ed il 22 Marzo7 1848 combatterono contro gli oppressori austriaci dando inizio alle guerre di indipendenza.
“Piazza Cinque Giornate” – fa sapere il sindaco – “porta alla mente un episodio di guerra che mal si concilia con lo spirito pacifista di questa amministrazione, pertanto porteremo in consiglio comunale la nostra proposta, affinché venga intitolata a Sai Baba”.

Mentre Slow Food plaude all’iniziativa, celebrandola con un’apericena equa e solidale8, arrivano molteplici voci di disappunto.

Carlo Alberto Barricati, presidente della locale sezione dell’ANPI, fa sapere che la sua associazione non ci sta e che impugnerà il provvedimento innanzi al consiglio di stato. “Siamo disposti ad accamparci in piazza e se non saremo ascoltati imbracceremo i nostri moschetti!”, ha fatto sapere il presidente, la cui sezione annovera molteplici reduci di quell’epica battaglia.

Il mondo dei centri sociali, da sempre vicino sia alla sinistra pacifista che al mondo della resistenza è imploso come in una divisione per zero9, mentre gli anziani della città hanno continuato imperterriti a commentare i cantieri stradali. “Si stava meglio quando si stava peggio” il laconico comunicato pervenutoci dal sindacato dei pensionati.

Non sappiamo come andrà a finire questa storia, ma siamo certi che non si parlerà d’altro in città questa estate, unitamente a “ci sono troppe zanzare” e “va ciapà i rat“.

4/8/2013


Sottoposi dunque questo articolo. La redazione del famoso giornale satirico mi scrisse che l’articolo mancasse di un vero finale. Provai a spremermi le meningi ma, a differenza del signor Giancarlo, non ero pronto per la gloria eterna10.
Lo estraggo dunque dal mio archivio perché non sono il solo la cui promettente carriera non è infine decollata. Di certo, io non ambivo a unificare la sinistra: lascio a Tom Cruise le missioni impossibili11.


Vi lancio una sfida, voi che vi sentite tutti “stocazzo”, scrivetelo voi un finale se ne avete le palle!!


  1. Io ci credo e ci riesco, vili! 
  2. Ovviamente. 
  3. Sigh. Chi non capisce il sospiro non capisce il sospiro. 
  4. IO SONO GENDER!! 
  5. Galeotto fu il Manzoni e chi lo lesse. 
  6. Mi viene in mente “Dodici piccoli indiani”, il cui titolo originale era differente ma non voglio mettere l’arroganza sull’ignoranza e quindi non scrivo altro. 
  7. Dodici piccoli indiani, il cui titolo originale era differente ma non voglio mettere l’arroganza sull’ignoranza e quindi non scrivo altro12
  8. L’apericena equa e solidale di Slow Foods è quando per mangiare una cacata a prezzo esagerato ci impieghi anche molto tempo. EVVIVA13
  9. Dispiace per gli utenti medi dei suddetti che non possono comprendere la battuta. 
  10. Il motivo della gloria è perché parlò di entità mitologiche su figure mitologiche in contesti mitologici. 
  11. Assistente42 ha spesso queste cose strane che si eccita con Tom Cruise che fa il coatto in un films sulla motocicletta mentre si cala con una fune in kevlar di rinoceronte da un elicottero e arriva con i suoi pattini da ghiaccio sulla teca di marzapane di un gioiello esplosivo creato da uno squilibrato che vuole affossare l’Himalaya per vendicarsi di un tizio alle Poste che mangiava un gelato al pistacchio e lui il pistacchio lo sopporta solo sulla pizza ai quattro formaggi ed allora assolda un esercito di rinoceronti zombies che.. 
  12. L’uomo infedele potrebbe ritenere che siano quattro, ma lo sfido a usare le sue ditine. – NdA42 
  13. Molto tempo, fa cacare, ma ehi, almeno non viene dalle sporke multinazionali. – NdA42 
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Scartabellando, o dello scartabellare scartabellandi

Il titolo è sbagliato.
Lo scrivo perché lo sappiate. Che lo sappiate prima ancora di averlo letto per intero, si intende.
Non tutti gli articoli riescono. È impensabile pensare che ogni cosa che viene scritta venga poi pubblicata perché accettabile o idonea1 e ciò che viene scartato scompare.
Per sempre.
Scrivo un articolo, non mi soddisfa, lo cestino e lo elimino. Senza appello, senza sentire le grida di dolore, la sofferenza o il benché minimo rimorso per il tempo sprecato e per l’articolo gettato. Quell’articolo è una parte di me, un mio fallimento, un qualcosa che non ci sarà mai piú ma che riesce a segnarmi. Per questo lo elimino, per cercare di non pensarci piú, per non cadere nella tentazione di trasformare un fallimento in un successo senza l’adeguata elaborazione: pubblicare uno scarto spiegando perché è uno scarto, per esempio, non sarebbe educativo nei miei confronti, perché avendolo scartato so già perché l’ho fatto. Sarebbe una scorciatoia per fare qualcosa senza mettermi a riflettere sul serio per come correggere il mio errore, metterei a posto la coscienza, perdendo il segno che il fallimento mi ha lasciato.
Per questo non leggerete mai ciò che non leggerete mai e per questo non scriverò mai quello che non scriverò mai: perché cosí deve essere.
Scrivo, in conclusione, tutto questo anche per onorare gli scarti che continuano a lamentarsi nella mia testa, con le manine protese verso la mia barbaccia incolta che sono costretto ad ignorare, sacrificandomi per l’eternità2.


  1. Al tempo stesso non bisogna neanche credere che io sbagli poi cosí tanto eh. Chi cazzo siete voi per dire che sbaglio? EH? CHI CAZZO SIETE? EH?! EH3?!! 
  2. Avevo detto che il titolo era sbagliato4
  3. Potrebbero esserci refusi, errori grossolani, noiosità o inconcludenze nel testo, METTO LE MANI AVANTI, sappiatelo. 
  4. Se hai iniziato a leggere dall’ultima riga vai alla prima e parti da lí. Per ultima riga si può intendere quella del testo o quella che stai leggendo proprio ora. 
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Le mie confessioni; dodicesima parte

Mi ci sono voluti anni per riuscire a riprendere a scrivere dopo quello che mi è successo a Rho. Perdonatemi se non ho avuto voglia di aprirmi nuovamente a voi, ma certe esperienze ti segnano dentro e rendono difficile aprirsi nuovamente, anche sui fatti piú banali come un’innocente vacanza…

Erano i primi anni 2000, tra il 2005 ed il 2006 se non sbaglio, ed avevo organizzato una vacanza a San Pietroburgo con Basilio, un mio amico georgiano della bassa. Dopo tanti racconti mi aveva convinto che quello sarebbe stato il viaggio del decennio, cosa che poi effettivamente credo sia stata, e cosí in fretta e furia abbiamo fatto i biglietti per l’aereo e siamo partiti neanche due giorni dopo, senza neanche aver prenotato perché con Basi è sempre cosí, prendi e fai, divertentissimo!
La nostra intenzione era quella di andare a vedere la vigilia del Natale ortodosso, festa che a S. Pietroburgo è oltremodo sentita, facendo baldoria non stop per tre giorni di fila!
Arrivati in Russia non ero piú nella pelle, Basilio invece mi sorrideva sornione, lui conosceva questi luoghi e queste usanze, promettendomi che mi avrebbe fatto da guida e mi avrebbe fatto fare la bella vita.
Peccato però che non avendo prenotato venne subito a galla il primo problema: la vigilia di Natale è molto sentita nei paesi ortodossi e lo spettacolo che anche noi volevamo andare a vedere richiamava mezzo mondo. Basilio conosceva un tale che aveva una specie di ostello della gioventú a ridosso di Piazza XX settembre, a 10 minuti a piedi dal centro, e cosí ci recammo rapidamente in quel posto.
L’ambiente era rustico, il proprietario era un omaccione rubicondo con due grossi baffoni grigi tendenti al giallino, per l’età e la sugna che adoperava per disciplinare la sua folta chioma labiale, ma tutto nell’insieme mi faceva capire che mi sarei trovato come a casa, d’altronde non era questa la famosa ospitalità russa?
Lasciati i bagagli in stanza, dopo una rapida sciacquata ci buttammo in piazza, i festoni da sagra paesana mi facevano capire che da lí a poco sarebbe successo qualcosa, Basilio mi aveva raccontato degli incredibili scontri tra orsi, scontri all’ultimo sangue, con artigliate e morsi, con i bimbi festanti che corrono in tondo con le stelline filanti, quelle cose che le accendi e fanno le scintilline, mentre questi enormi plantigradi se le dànno di santa ragione! Per sfortuna, negli anni, questa tradizione, importata dagli amici lituani, era stata prima ridimensionata, gli orsi combattevano con le zampe imbottite, con urside e ominide disappunto congiunto, fino ad eliminarlo del tutto. Proprio nel 2002 era stato sostituito da uno spettacolo pirotecnico che, devo ammettere è stato grandioso, peccato che fosse gestito dagli stessi orsi, adeguatamente addestrati, ma non per questo disciplinati, orsi che erano sopravvissuti negli scontri passati1, con relativi incidenti sul lavoro e tra i partecipanti: quella notte sono finiti in pronto soccorso due scolaresche per via di un mortaio mal direzionato ma nessuno ha fatto niente a quegli orsi2. La festa si è cosí conclusa nelle sirene e nel sangue, come da ortodossa tradizione, sebbene in anticipo, lasciandoci con gran parte della serata improvvisamente libera.
Mentre riflettevo sul da farsi, Basi non si è perso d’animo, ha lanciato un paio d’occhiate da consumato cosacco e subito si sono avvicinate due graziosissime turiste francesi, rammaricate come noi per l’interruzione dei festeggiamenti. Lo spirito del Natale era ovviamente dalla nostra parte perché dopo un paio di complimenti in anconetano le ragazze si sono sciolte ed hanno deciso di passare la serata con noi, cosí abbiamo deciso di tornare, tutti e quattro, all’ostello, magari potevamo cenare assieme e poi, chissà, da cosa poteva nascere cosa…
Finisce la serata che siamo rimasti noi e pochi altri, il proprietario, vedendo che Basilio parla la sua lingua, si siede a chiacchierare con noi e ad un certo punto propone di giocare a dadi, in amicizia, e lo propone chiaramente a me. Tutti nella stanza ridono, francesi e Basilio compresi ma io, seppure rosso di vergogna dalla testa ai piedi decido di accettare, faccio cenno all’oste di portarmi un bicchierino di vodka ed il baffuto anfitrione sorride contento, offre un giro a tutto il tavolo e poi prende dal suo grembiule una coppia di dadi consunti e sbeccati. Non capisco la posta in gioco, né tantomeno le regole, ma non fa niente, perché Basilio continua a ridere e l’oste inizia a diventare insistente. Prende i dadi, li mette in un lurido bussolotto di legno e sorride vedendo il risultato, io deglutisco, non so che cosa sto facendo, magari perdo soldi, magari faccio la figura del fesso davanti alle turiste, afferro al volo i dadi, fisso prima Basilio e poi l’oste negli occhi, deciso, agito il bussolotto, tolgo la mano e lancio i dadi sul tavolo facendoli rotolare rumorosamente. Attimi di silenzio, nessuno sta respirando in questo momento, tutti sono concentrati sui dadi che sembrano fermarmi mai… quando finalmente urtano un’ultima volta tra loro e si fermano!
L’oste si china sui dadi assieme a Basilio, e poi scoppia a ridere, una risata sgangherata e contenta, mentre mi mostra i dadi a cui io non so dare nessun significato, prende la mia mano tra le sue manone, ci poggia i dadi e mi richiude le dita su di essi. Poi mi dà una pacca sulla spalla, mentre io lo osservo attonito; intorno a me si innalza un coro di risatine sotto i baffi, mi volto a guardare le ragazze che abbiamo rimorchiato che nascondendo le risate sotto la mano indicano l’oste alle mie spalle.
Mi volto e vedo questo omone slacciarsi la cintura e tirarsi giú i pantaloni, temo il peggio quando questi si avvicina a me tirandosi giú quegli unti mutandoni che celava sotto i vestiti, poi si gira e si piega poggiando le mani sul tavolo, facendo ballonzonare la pancia ed il cazzo con le palle in piena libertà.
Io rimango interdetto, mi guardo attorno quando Basilio finalmente si degna di spiegarmi che è usanza, da queste parti, giocare a dadi contro un ospite a caso, la prima notte di pernottamento, l’inculata del proprietario. E mi racconta di queste tradizioni con la piú grande naturalezza del mondo, come se fosse una cosa che è quasi ridicolo doverla spiegare. Intanto il vecchio trichecone sbuffa e inizia a mostrare segni d’impazienza, io provo a dire qualcosa indietreggiando di fronte a quel paio di chiappe grosse e pelose, ma urto contro una coppia di omaccioni, li identifico subito come membri della Yakuza Uralica, mi fa capire che non posso tirarmi indietro, sarebbe una mancanza di rispetto ed il vecchio oste non si merita un tale affronto, non dopo cosí tanti anni di lavoro duro ed onesto. In Russia puoi fare tante cose ma non puoi sicuramente offendere un onesto lavoratore o fargli l’affronto di rifiutare la sua ospitalità.
Guardo le turiste che annuiscono divertite, guardo il mio amico che mi fissa con aria severa, mi volto per avere la conferma della minaccia dei due omaccioni e alla fine mi rassegno.
Sotto l’occhio attento del mio amico e di tutti gli altri mi inculo l’oste, rasserenando tanto gli animi che dal nulla esce una balalaika e sulle note di Katyusha si conclude la mia prima giornata in Russia.


Interrompo qui la mia storia per poterla riprendere al piú presto: quando si inizia a raccontare la propria vita non si può piú smettere, purtroppo.


  1. Pare sia un’usanza molto diffusa in Russia quella di addestrare orsi per i compiti piú basilari come scavare in miniera, gestire fuochi d’artificio, badare ai bambini e insegnare nelle scuole. 
  2. Sembra che gli ispettori del lavoro prendano mazzette proprio dai nostri pelosi amici zamputi. 
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