Altitudine, un lamento prostatico

Chi mi conosce mi conosce.
E già questo potrebbe essere la conclusione del mio miglior articolo di sempre. Ma io sono io1 e non mi accontento del massimo. Voglio deludere oltre ogni dire inimmaginabile.
E qui entro in gioco io2 e faccio del mio meglio per scrivere un lungo preambolo metanarrativo in cui, rivolgendomi proprio a te, sí a te che mi leggi, rompo inutilmente la stracazzo di quarta parete, vergando3 sulla carta digitale del mio schermo che poi diventerà il vostro, non nel senso che il mio poi diventa il vostro, magari a turno, ma che sul vostro potrete leggere quello che scrivo sul mio, non per forza a turno, qualcosa che non c’entra niente con tutto il resto.
Come mio solito4.


Come sa chi ben mi conosce, mi sia perdonata la ricorsività, colonna portante di questo blog che non è un edificio e quindi è solo una metafora, accompagnata da una tanto noiosa quanto inutile spiegazione, io non sono appassionato di determinate cose.
Una fra tante i Socials Networks.

Tra i SN, come li chiamerò d’ora in poi, senza una “S” aggiuntiva per non creare confusione con il SSN di salubre memoria, ce n’è uno nato con l’intento di fare accoppiare le persone.
Sto parlando ovviamente di TINDERS, ovvero del SN che non uso e non conosco ma di cui leggo le “biografie” degli utenti tramite un apposito canale Telegrams5.
Già alla prima manciata di biografie si può notare che c’è qualcosa di strano, che non va. Man mano che si procede nella lettura inizia a farsi chiaro ed esplicito il quadro della situazione: gli utenti di Tinder odiano, disprezzandoli apertamente, i bassi. Avendo reso antipatico prendere in giro le persone sovrappeso, la società si è evoluta in un altrettanto fastidioso bodyshaming, lo shortshaming, novella piaga telematica che affligge chiunque non sia alto piú di 177 cm6, uomo o donna che sia. Puoi essere l’uomo piú affascinante del mondo ma sei alto solo 175 cm? Sei un nano odioso che dovresti vergognarti anche soltanto di esserti iscritto su Tinder, magari perché volevi scopare e ora invece no, solo matrimonio o niente, e vaffanculo7!
Il tutto scritto con un’infinità di emoji che ti dicono subito che razza di coglione tu abbia davanti: uno sportivo che fa surf sorseggiando vino rosso giocando a qualche videogioco mentre viaggia per il mondo sorridendo che non sopporta le persone noiose ed odia i lunedí mattina.
Per fortuna io sono alto 169 cm.


Ieri ho fatto 7 anni di blog. Un bel traguardo inconcludente per me, non c’è che dire.


  1. Come sa chi mi conosce, perché mi conosce. 
  2. Che poi sarei sempre io… akahetanirrimeraenti chi dovrei essere se non io? 
  3. Non con la verga, per carità, cosa andate pensando? MANIACI! 
  4. Ovviamente. 
  5. Chi vorrà maggiori delucidazioni potrà chiedermele liberamente. Non garantisco una risposta congrua, ovviamente. 
  6. Per gli utenti ogni tanto sono metri. Non sono persone molto sveglie. 
  7. Il discorso è uguale anche ribaltando la situazione: uomini che vogliono ragazze alte piú di 175 cm (qui si abbassa lievemente l’altezza minima) e che vogliono solo parlare o relazioni serie. 
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Dotta disquisizione storica

Il caro Francesco Corigliano, venuto a sapere dell’imperdibile concorso mi ha mandato una mails, egli non ha un blogs, approfittandone per approfondire un discorso iniziato anni addietro.
La scienza ed il sapere non si fermano mai!


Caro Stefano,
a proposito della foto che mi hai inviato, posso dirti che essa è autentica, nel senso che è una vera foto e il soggetto che ritrae è davvero un bassorilievo, ritrovato nella Turchia orientale nel complesso archeologico denominato Kussara. Questo per quel che riguarda i fatti, che in quanto parte della realtà non sono né veri né falsi, ma semplicemente sono. Il problema, come in tutte le questioni umane, sopraggiunge quando ai fatti si sommano le interpretazioni.
Devo infatti dire che non concordo con le interpretazioni date alle incisioni sul pannello 23d. A cominciare da quel LUGAL, vero e proprio estraneo sumero in questa marea di presunto ittita. È vero che il cuneiforme y aveva suono LUGAL e che sotto l’influenza sumera diversi popoli adottarono detto sistema di scrittura, ma lo adottarono adattandolo alle proprie lingue, inserendo, ove necessario, appositi modificatori (vedi ad esempio l’assiro, in cui LUGAL fornito di modificatore SHEH veniva letto SHAR.RUM, vale a dire re in assiro). È evidente che quel NA che segue è un modificatore che avvisa il lettore su come realmente debba leggersi quel segno.
Veniamo ora al presunto ittita. Aureliani ha creduto di trovare, nella seconda riga, i termini EŠUWANI e ILUYANKA, rispettivamente la prima persona plurale del verbo essere e il nome del famoso serpente mitologico, sulla base del fatto che EŠUWANI e ILUYANKA sono effettivamente la prima persona plurale del verbo essere e il nome del famoso serpente mitologico. Ma, e qui entra in gioco l’interpretazione, lo sono nel contesto ittita, contesto che io non riesco a trovare in quell’iscrizione. Se infatti il complesso è datato al 1650 a.e.v., e non ho motivo di dubitare della datazione dell’ottima Simona Bovieri, allora stiamo parlando di un periodo precedente, seppur di poco, la fondazione del primo regno ittita. Il fatto che vi siano termini esistenti in ittita non significa nulla: il termine look appare sia in inglese che in tagalog, ma con significati ben diversi, così come diverse sono le lingue. Possiamo concedere, forse, di essere in un contesto proto-ittita? Certamente, ma in tal caso proto-ittiti dovrebbero essere anche i termini che qui, al massimo, sono ittiti del XV secolo a.e.v.
Devo poi fare un ultimo appunto sulla trascrizione. Ho dato un’occhiata ai cuneiformi originali e temo che Aureliani abbia commesso un errore imperdonabile per una persona del suo calibro. Mi sembra infatti che il primo termine possa essere reso più efficacemente come ISAN.GURRI.NUŠ.ŠUR, in accordo con le più basilari norme ortografiche dell’epoca.
Spero di aver fugato almeno in parte i tuoi dubbi. Per qualsiasi cosa rimango a tua disposizione.
A presto,

Francesco Corigliano
Università degli Studi di Catan’ja, Dipartimento di Dottologia

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Parlando, o del creare

Ogni volta che parliamo posizioniamo dei puntini nelle menti delle persone che ci ascoltano. Questi puntini, inizialmente posizionati in modo casuale, riescono a formare un disegno, come fossero stelle di una costellazione, fino poi a diventare dei veri e propri ammassi stellari, galassie e quant’altro.
Tanto è ininfluente una prima stella e rapidamente diventa chiaro e semplice quando ce ne stanno abbastanza da formare una forma stilizzata, quanto diventa difficile comprendersi quando le stelle diventano tante, non piú proiettate su un piano soltanto, bidimensionale, e diventano tridimensionali. Si raggiunge la profondità.
Allora ciò che prima era una semplice figura diventa qualcosa di incomprensibile o con cosí tante sfaccettature che ci fa sentire ridicoli per avere pensato che all’inizio fosse tutto cosí facile, che ci fossero eroi e divinità stilizzate, quando era solo una nostra proiezione.
Per parlare bisogna capirsi e piú si parla e piú è richiesto uno sforzo per potersi capire.
Per parlare bisogna essere in grado di farlo, bisogna volersi mettere alla prova.


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Ognuno ha la costellazione che si merita.

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Lacci e lacciuoli

L’altro giorno, passeggiando dove passeggio di solito quando passeggio di solito quando sto passeggiando di solito, mi è caduto l’occhio su una cosa strana. Un’anomalia.
Mi trovavo sul ciglio di una strada e proprio lí, dove la terra con i primi ciuffetti d’erba incontra l’asfalto, c’era qualcosa di non congruo.
Un laccio. Non un lacciuolo qualunque, nossignore!, un lacciuolo di una rinomata boutique1 d’intimo femminile!

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Subito la mia mente è vagata oltre, ho visto gli ingressi del garage2 del palazzo e ho realizzato: il livello di degrado generale non migliorerà grazie ad un lacciuoletto abbandonato a terra, tra sassi e ciuffetti d’erba, anzi!


Ne approfitto per ricordare il fallimentare concorsone del Sesto Ysingrinus d’Autore che già tanto ha scosso le coscienze!


  1. Si legge boutiques. 
  2. Anche questo si legge garages. Dico «anche» impropriamente perché sembrava si dovesse dire boutiques nonostante fosse scritto garage
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La luce

Dopo tanto tempo è giunto il momento di riprendere a scrivere i brevi racconti che tanto mi hanno contraddistinto quando ho scritto i brevi racconti che tanto mi hanno contraddistinto.
La seguente è un’opera di fantasia basata su incubi veri e come tale deve essere trattata: un’opera di fantasia basata su incubi veri.
Leggere per credere.


La luce

Quella sera Andrea non riusciva a prendere sonno. Continuava a sentire che qualcosa non andava, non era il caldo, che da un paio di sere a questa parte era diminuito, e neanche il silenzio che saturava l’aria: d’estate era normale la città si svuotasse quasi completamente.
Decise di alzarsi e fare un giro per la casa, poteva aver visto qualcosa che non andava senza essersene reso conto a livello cosciente. La porta aperta, il televisore o il computer accesi, sicuramente era una sciocchezza del genere che gli stava togliendo il sonno. Si lamentò tra sé e sé per come era fatto male, per il suo costante bisogno di avere ogni cosa nello specifico modo che aveva stabilito: tutto doveva essere allineato ed ordinato come voleva lui, pena l’impossibilità di rilassarsi. Figuriamoci, quindi, se avrebbe potuto prendere sonno avendo dimenticato il computer acceso!
Dalla cucina poteva vedere la luce delle scale esterne che portavano al piano di sopra, filtrare dalla porta a vetri. «Strano», pensò ad alta voce, «ero convinto di averla spenta, anzi ne ero sicuro…». Cosí pensando spense la luce e tornò nella camera da letto, soddisfatto di aver risolto tanto facilmente questo problema; il sonno, purtroppo, non durò a lungo, perché dopo una mezz’ora scarsa era di nuovo sveglio. Fissava la volta della sua camera con gli occhi sbarrati, qualcosa lo aveva svegliato all’improvviso, madido di sudore, nonostante la temperatura fosse mite, quasi troppo bassa.
Qualcosa non andava, se ne rendeva conto. Probabilmente non stava bene, magari aveva la febbre. Sicuramente doveva bere un po’ d’acqua, si sentiva le fauci arse, la gola secca e in piú stava ancora sudando.
Tornò in cucina, prese un bicchiere dallo scaffale e mentre faceva ciò, si rese conto che la luce delle scale era di nuovo accesa!
«Impossibile!» esclamò stupito, «l’avevo spenta poco fa, ne sono sicuro, che sta succedendo?»
Questa volta non si limitò a spegnere la luce, andò invece a prendere le chiavi di casa, aprí la porta e si mise, mano sull’interruttore, a vedere se il relè stesse funzionando: lo scatto meccanico corrispondeva alla pressione del dito ed allo spegnimento ed accensione della lampadina. L’interruttore quindi funzionava, non l’aveva premuto a vuoto prima.
Dopo qualche altra prova, lasciò la luce accesa e uscí per salire sulle scale per vedere se c’era qualcosa che non andasse nella lampadina o nel portalampade, magari uno sfarfallío che potesse indicare che questi bulbi moderni erano poco pratici e molto delicati, oppure qualche filo un po’ lasco che potesse fare dei falsi contatti. A metà della rampa d’acciaio si sporse per fare questi controlli, ma sembrava tutto al suo posto. Doveva aspettare la luce del giorno, e magari prendere qualche attrezzo, per poter controllare meglio, ma al momento non poteva che constatare come fosse tutto in ordine.
Salí gli ultimi gradini, via via sempre piú al buio perché il cielo era coperto dalle nuvole, coprendo ogni stella e la Luna che comunque era da poco uscita dal novilunio e quindi non avrebbe illuminato granché. Saliva chiedendosi se avrebbe potuto incontrare qualcuno, se magari ci potesse essere un malintenzionato o chissà chi, ma il terrazzo era vuoto; la porta della stanza superiore era chiusa a chiave e non c’erano angoli dove nascondersi, insomma non ci poteva essere nessuno. Ciononostante Andrea si sporse oltre l’inferriata per vedere se, ridicolo, ci fosse stato qualcuno appeso al cornicione della parete. Ovviamente non c’era nessuno. Era solo, completamente solo su quel terrazzo, solo e infreddolito; o la temperatura stava continuando a scendere o a lui stava salendo la febbre. Sicuramente non gli faceva bene rimanere seminudo all’aperto, di notte.
Mentre scendeva le scale ebbe piú volte l’impressione che qualcuno lo stesse fissando, due punti fermi concentrati sulla sua nuca, ma ogni volta che girava la testa vedeva solo l’intonaco della parete illuminata dalla lampadina. Eppure la sensazione non lo abbandonava, era come una cappa che gli gravava sulle spalle, che gli afferrava la fronte da dietro costringendolo a girarsi di continuo. La discesa, in questo modo, sembrava non avesse mai fine, come se ogni gradino fosse stato composto da centinaia di gradini alti, ripidi e scivolosi. Dopo un indefinito, ed interminabile, lasso di tempo, Andrea riuscí ad arrivare alla fine della scalinata ma, come posò i piedi sul pavimento esterno, di fronte alla porta, la luce si spense all’improvviso per riaccendersi altrettanto repentinamente.
Quando gli occhi si riabituarono al cambio di luce, poté vedere che la porta, prima spalancata, adesso era chiusa. Chiusa a chiave! Freneticamente si mise ad armeggiare con il mazzo di chiavi e la serratura mentre la lampadina, governata da un capriccio folle, continuava ad accendersi e spegnersi da sola, ogni volta aumentando il freddo che si divertiva a danzare sulla pelle… finalmente la serratura cedette e, spalancata la porta, Andrea attraversò la soglia con uno scatto, sbattendo l’uscio dietro di sé.
Ora era immerso nel buio, la luce esterna si era spenta nuovamente, da sola. Il ronzio del frigorifero era l’unico segnale che lo rassicurava di trovarsi ancora a casa sua: sembrava che le tenebre fossero piombate tra le mura, un mostro orrendo che divorava la luce e che, gli veniva in mente in quel momento, forse avrebbe potuto divorare anche lui.
Con i brividi che gli scuotevano il corpo, procedette a tentoni. Doveva tornare a letto, ne era convinto, qualsiasi cosa stesse accadendo o fosse accaduta, lui doveva stendersi, mettersi sotto le lenzuola tirate ben oltre la testa ed aspettare che quella notte assurda e spaventosa passasse.
Giunto in sala, il “click” del relè della cucina gli fece fare un salto, la luce della cucina era accesa, qualcuno doveva averla accesa, non poteva essersi accesa da sola!, però non c’era nessuno in casa oltre a lui e tutto questo doveva essere un’allucinazione, magari dovuta alla febbre alta che sicuramente aveva, non poteva essere possibile tutto questo.
Andrea fissava la cucina, istupidito dalle continue assurdità che stavano tormentandolo e all’inizio non si accorse del tocco leggero sulla sua guancia, poi piano piano riuscí a distinguere i polpastrelli di una mano che lo stava accarezzando; fredda, leggera e impalpabile eppure cosí presente nonostante fosse eterea, il tempo di girare la testa di scatto e la mano era svanita e in quel preciso istante si era spenta la luce in cucina.
Tutto questo era troppo, non poteva rimanere ancora lí freddo ed immobile, doveva correre, urlare, nascondersi, doveva salvarsi! Corse verso la camera da letto, si buttò sotto le lenzuola e strizzò gli occhi, pregando come non aveva mai fatto che tutto finisse cosí, che si potesse risvegliare da questo incubo e ridere di sé stesso, della sua paura per le ombre ed i sogni.
Ma questo non avvenne.
Un altro “click” e dalle palpebre serrate poteva percepire la luce della stanza che qualcuno, o qualcosa, aveva acceso. Non era solo, non poteva esserlo, c’era qualcuno con lui. Un’entità invisibile, incorporea, fredda, molto fredda, ora ne era convinto. Non poteva essere un sogno quello, non era un sogno, non era un incubo, era la realtà, la terribile realtà che stava trascinandolo dove mai aveva neanche immaginato potesse arrivare.
Incapace di aprire gli occhi per affrontare l’orrore rimase in attesa, in attesa di un sussurro, un gemito o un lontano lamento ma quello che arrivò fu molto peggio: lo sbattere della porta della camera seguito da una sonora risata malvagia.
Sentendo quei suoni capí che per lui non c’era piú speranza, era giunta la fine e niente avrebbe potuto evitarla.
Andrea svaní nel nulla la notte tra il 24 ed il 25 luglio e nessuno ne ebbe piú alcuna notizia.


Mi rendo conto che dovevo rileggerlo per pubblicarlo ma sono troppo sciatto e pigro per poterlo fare.
Se ve lo fate piacere cosí bene, altrimenti il problema è solo vostro!

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Copiando gli originali

In questa calda estate di metà anno passata riprendo in mano i pastelli, ma non il pennello1 e mi metto a riprodurre, a modo mio, svogliato e senza forze, un quadretto appeso in casa.
Decido di riutilizzare un pezzo di cartone bello piatto, cosí da non dover andare al cassonetto a buttarlo2.
Il risultato è a disposizione di tutti voi, basta solo continuare a leggere e a vedere3.
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Un tranquillo paesaggio bucolico che fa quello che può con quello che ha.


Per voi maniaci4 delle dimensioni ecco un po’ di dati “tecnici”: pastelli ad olio su cartone, 18,5 x 21 cm circa.


  1. Perché voi tanto, triviali come siete, fate le battute. 
  2. La pigrizia aguzza l’ingegno e rende di bocca buona. 
  3. Probabilmente lo avete già fatto perché la parte scritta è poca e le mie note non aiutano assolutamente a non vedere ciò che non dovevate vedere quello che non dovevate vedere prima di vedere. 
  4. MANIACI! 
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Fallimenti progettuali

Devo dire una cosa che ritengo fondamentale per lo sviluppo della società umana. Qualcosa che gli altri non discutono, forse per timore, forse per connivenza.
Le cucine.
Mi sembra ovvio, e dovrebbe sembrarlo anche a voi1, che chi progetta le cucine non ha la piú pallida idea di come si dovrebbe progettare una cucina secondo me!
Un giorno un capoccione, ma di quelli davvero con la testa grossa, ha avuto un’ideona, di quelle davvero geniali. Questo geniaccio si è svegliato ed ha pensato: «perché non mettiamo lo spazio per i bidoni della spazzatura sotto al lavello? Cosí chi dovrà buttare qualcosa avrà sempre qualcuno davanti che sta lavando qualcosa, versandosi da bere, o fare qualsiasi altra cosa tipica di quelle che si fanno sui lavelli delle cucine!»
Il mondo intero ha applaudito questa solenne cazzata ed ora nella quasi totalità delle cucine che ho avuto modo di frequentare, non importa se ad isola, penisola, sospesa, semovente, termomeccanica e via dicendo, ho sempre trovato questa soluzione di merda, bloccandomi quando dovevo buttare qualcosa o facendomi sentire lo sguardo pesante e carico di malcelata insopportazione quando ero io a bloccare il passaggio a chi doveva solo fare ciò che era giusto fare.
Grazie testa di cazzo, la mia vita è scomoda grazie a te e non mi importa niente se ti bulli per le tue malefatte, avrai sempre un Ysingrinus rancoroso da qualche parte del mondo!


In aggiunta a questa doverosa e dovuta polemica spiazzo tutti quanti ed istituisco, facendolo iniziare da ora2, il Sesto Ysingrinus d’Autore!
Al solito le modalità di partecipazione sono semplici, il premio da decidere e insoddisfacente e la scadenza è da vedersi.

Principio con i principi dei principi, ovvero con le regali regole regolate da regali regoli reali.

  • Si può partecipare con un numero indefinito di tentativi;
  • Le prove devono essere originali e realizzate appositamente per il concorsone;
  • È necessario creare un collegamento a questo articolo, o pubblicare le risposte direttamente qui acciocché io possa vagliare;
  • Il concorso terminerà quando ne avrò voglia o quando me ne dimenticherò, ovvero potrebbe non terminare mai;
  • Il vincitore sarà deciso da me a mio insindacabile giudizio. Teoricamente potrei anche ritirare il premio per consegnarlo a chi mi sta piú simpatico, esattamente come un concorso pubblico reale3;
  • Se ho dimenticato delle regole le aggiungerò dopo, in corsa, alla facciaccia vostra!

Una volta stabilite le regole, dovrei però dare il tema, cosa che farò, anche se la tentazione di non farlo è fortissima.
La prova, questa volta, sarà a tema grafico, si dovrà quindi realizzare una foto come se l’avessi scattata e modificata io. Un vero e proprio falso d’autore che dovrà mettermi in dubbio 4 sulla paternità della foto. Importante: parte integrante della foto è eventuale articolo e didascalia!
Coraggio, cimentatevi contro l’impossibile, mettetevi in gioco e fallite miseramente come è inevitabile che sia! Tutti voi vivrete l’onta di essere persone normali, ma uno, uno di voi, potrà vantarsi del premio dell’ambíto, nell’ambito e oltre, Ysingrinus d’Autore!


  1. Ovviamente. 
  2. Che per voi sarà dopo ora la vostra di ora5
  3. Ma non regale. 
  4. Mettermi in dubbio? Ma come parlo? 
  5. Non è un profumo femminile. 
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Mancamenti

Quello che sto per scrivere è un qualcosa che svuoterà un buco già colmo. Andrò a scavare dove mai prima d’ora nessun Ysingrinus ha mai osato scavare.
Svuotare ciò che è è tabú ma i tabú non sono altro che i tabú per chi ha i tabú ed io sono l’unico Ysingrinus possibile1.
Ecco quindi che tolgo, rimuovo, rimodulo, riassemblo.
Distorco, modifico e smonto.
Elimino e fotografo.
La mancanza.
L’assenza. Fotografo l’assenza di (b)ananartista SBUFF SBUFF in un coacervo di incomprensione sintagmi indifferenti ed inconsapevoli degli altri.

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Mai prima d’ora un’assenza è stata tanto sentita e fotografata!
Mai.


  1. La storia degli infiniti Ysingrinus in infiniti mondi in infiniti tempi è argomento che non verrà trattato in questa sede. 
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Osceno

Nella vasca. Chiudo gli occhi. L’acqua calda mi avvolge completamente. Le bolle di schiuma ricoprono la superficie delimitando i confini del mio corpo altrimenti perso nel liquido. Muovo le mani, sposto l’acqua, sposto la schiuma. Avanti e indietro. Mi solletica il corpo, mi accarezza la pelle.
Sprofondo.
L’acqua mi lambisce le orecchie mentre i capelli si aprono come i tentacoli filamentosi di una medusa: guidati dall’acqua sondano i limiti della vasca.
I muscoli si rilassano. Il corpo cede alla languidezza. Quasi mi addormento.
Apro gli occhi e, prima dei miei piedi vedo una boa. Oscena. Il mio cazzo moscio. È spinto verso la superficie dal famoso Principio di Archimede1, agito l’acqua per vederlo rimanere e resistere contro i moti ondosi della vasca.
Una boa a cui aggrapparsi, che delimita un punto, magari un percorso o un limite.
Un pensiero osceno che non porta da nessuna parte ma rimane lí, fermo. Resiste alle intemperie ed alle onde, resiste ai marosi ed alle tempeste, dando sempre a qualcuno la possibilità di attaccarcisi.
Il mio cazzo.


  1. Qui c’è molto da dire. 
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Mia madre è un triceratopo, ovvero di quando ho fatto l’esame genetico delle mie ascendenze

Come chi mi conosce da un po’ di tempo ben saprà, io sono il risultato di un miscuglio di etnie e popoli dei piú disparati angoli della terra1 e cosí, mosso dalla curiosità ho contattato un serissima ditta specializzata in queste cose trovate su internets2.
E niente, dopo accurate ricerche ho scoperto che mia madre è un triceratopo.
Lo so sembrava strano anche a me all’inizio, ma tutto ha trovato la sua collocazione nell’ordine naturale delle cose.
Tra l’altro mi ha spiegato perché ho quei corni e quella cresta ossea sul cranio.


Dovrei e potrei dire altro ma insomma, la spiegazione viene dopo.


Questo articolo è ovviamente tratto da una storia falsa3.


  1. Come qualsiasi altro essere umano, d’altronde. 
  2. Sfido i lettori a parlarmi degli angoli della Terra. 
  3. E mi serviva un pretesto per scrivere il titolo che mi piace davvero tanto. 
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