Motivazionale

Mi rendo conto, dopo tanti anni, che finalmente sono riuscito ad ottenere ciò che volevo.
La tanta agognata impopolarità.

Attenzione, non bisogna però confondere l’impopolarità con l’anonimato. Chiunque è anonimo.
Per divenire impopolari è importante uscire dall’nonimato: bisogna emergere perché si possa venire dimenticati.
Questo è quello che tutti noi perseguiamo nel nostro intimo, nel nostro cuore segreto.
Usiamo lo scudo della popolarità per non far credere al prossimo che vogliamo l’esatto opposto, anche se il prossimo vuole la stessa cosa allo stesso modo.
È tutto finzione1.


Autoritratto in bianco e nero in cui sono con lo sguardo assorto, forse preoccupato, riflettendo sulle mie stesse parole.
Immaginatevi la foto.


  1. Impossibile non citare l’impopolare Un Artista Minimalista
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Vuotone

Avrei dovuto pubblicare questo ysipitto già ieri notte, ma la mia proverbiale incapacità mi ha fatto perdere tempo prezioso per cercare di fare una cosa al computer senza riuscirci.
La mia vita è un’allegoria della mia arte.
Spreco e sofferenza.

” “

Sopra di me non c’è niente, solo l’idea di qualcosa che mi riempie, ma è un’idea. Qualcosa che esiste non in questa dimensione, qualcosa che vedo ma non c’è.
Il vuoto che mi riempie, il pieno che mi svuota.
Non so piú cosa sto dicendo.


Acquarello e pastello su cartone grigio 14,8 x 21 cm.

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Nel sogno

Dopo tanto tempo di immaturità meditativa decido di tornare ad allietare le vostre vuote vite virando violacee voragini virulente.
Quello che ho detto non vuol dire niente, ma neanche le vostre vuote vite vogliono dire niente.
Siamo pari.

Lo scenario dei miei sogni.


Chiudo gli occhi, il mondo è là.
Non lo vedo ma lo posso sentire. Il vento gelido taglia la mia pelle, so che se aprissi le palpebre inizierei a lacrimare. Mi racconto che è per l’aria fredda, ma so che non è cosí.
Faccio un passo sul terreno cedevole, riesco a non cadere sulla sterpaglia disordinata che decora queste terre altrimenti brulle. So che è un’illusione, questo posto non esiste, e se esistesse non sarebbe brullo come vado raccontandomi; anzi piú avanzo e piú la vegetazione diventa fitta, il mondo si inselvatichisce e presto non riesco piú a muovermi, imprigionato nella macchia mediterranea.
Il tramonto sembra non concludersi mai, in lontananza ci sono dei monti, i colori si confondono, per un attimo i monti mi sono sembrati dei morti: tipico scherzo del mio cervello che pensa piú rapidamente di me. Mi prende in giro, prima facendomi vedere qualcosa che non esiste, poi mescolandomi le parole, facendomi perdere su piú piani di irrealtà.
IRREALTÀ.


Pastelli a olio su cartoncino grigio. 14,8 x 21 cm: un ysipitto.

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Il convivio, o dell’orgasmo

Ieri, con il permesso dei miei genitori, ho fatto bisboccia: i miei amichetti volevano festeggiare un compleanno come fanno i grandi.
Cosí siamo andati al pub!
Che emozione, le luci soffuse, i tavoli sporchi e sbilenchi, le vacue facce torve di camerieri e cameriere, sembrava di essere in un film!!
Subito ho ordinato la mia classica spuma che, come al solito, subito mi ha dato alla testa.
Cosí, una chiacchiera dopo l’altra, la serata ha tinto su virate spinte e naturalistiche.
Il sesso dei maiali.
Sesso dei maiali già. Sesso in senso sesso e sesso in senso sesso!
E cosí si è parlato del cazzo dei maiali, lungo e sottile con finale a cavatappi.
E cosí si è parlato del sesso dei maiali, con orgasmi che possono durare trenta minuti.
Inevitabili i confronti e le analogie, le fiche filettate e la detumescenze post coitali.
Il vero punto, però, era l’orgasmo del maiale maschio: trenta minuti di colata lenta e non molto appagante o un’esplosione di puro piacere prorompente seguita da trenta minuti di maiala che non lascia il cazzo e continua e continua e continua, col maiale che piange che non ne può piú, che gli fa male, che basta, lo liberasse, ma lei no, niente!, lei vuole godersi tutta la sua mezz’ora e non intende lasciarlo andare prima di aver raggiunto il suo orgasmo massimo.

Di fronte ci troviamo dunque ad un bivio: una lunga sborrata insoddisfacente, con il liquido seminale che scorre lungo l’elicoidale percorso di quel cazzo bizzarro o sborrata normale ma tortura post venuta?

E questo, signori miei, è perché non vorrei avere, al posto del mio, il cazzo di un maiale!

Pazzesco.


Immagine di repertorio scattata da me durante un turpe spettacolo.

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Manicotto, o dei rischi sull’internets

Ieri sera chiacchieravo del piú e del meno con uno sconosciuto conosciuto su una chat di Telegrams di sconosciuti conosciuti su una piattaforma sociale di sconosciuti.

Il tema era quanto di piú quanto possibile: affinità e divergenze fra il Professore1 e noi – del sessismo dei suoi villains2.
La questione in questione era una questione fondamentale ma ridicola al tempo stesso: questo super cattivone era invincibile, cioè non poteva venire vinto3 da nessun uomo, ma c’era un ridicolo cavillo che lo porta a vincititurata4 meritata e indegna.

Il motivo, secondo lo sconosciuto di cui sopra era senza motivo. Secondo me era tutta una questione di esperibilità genitale: cosa può provare un’asta e cosa un fodero5?
Certe cose si possono scoprire solo con molto impegno. Solo mutilandosi il cazzo, praticando un’incisione profonda alla base del membro per avere oltre ad una sborrata retrograda, o anticipata, anche la possibilità di essere penetrato, oppure lavorando di glandi e prepuzio.
Essendo la seconda opzione con minori effetti collaterali permanenti, ho deciso di rappresentarla perché anche voi possiate goderne se un giorno deciderete di godere duro come solo chi sa godere duro cosí sa godere duro cosí.


Ti va un po’ di sano docking io e te?

Questo io lo chiamo manicotto, perché mi ricorda proprio un manicotto e niente e nessuno al mondo potrà fermarmi dal dockingare, niente e nessuno al mondo… ci siamo capiti.
La canzone è ovviamente una merda, ma la pratica sessuale che non tutti conoscono ha sicuramente dalla sua il fatto che non tutti la conoscono.
Pensateci la prossima volta che cercate di parlare con uno sconosciuto su internet.
O che vi chiedete se potete farvi penetrare il cazzo da un altro cazzo.
La risposta vi spaventerà. Sempre.


Siccome siete dei maniaci del cazzo (nel cazzo), vi do le informazioni su questo mirabolante ysipitto eseguito quasi in poco meno di due minuti6: pastello su carta, 21×29.7 cm (foglio a4).


Pazzesco.


  1. Viene chiamato Professore un noto autore di narrativa fantastica famoso per avere creato mondi e linguaggi, oltre che per l’aspetto seminale, cioè sborrante, dei suoi lavori. 
  2. Può sembrare una citazione ad un albums di un gruppo musicale ma è una citazione. 
  3. Lo specifico per chi ne ha bisogno. 
  4. Non so quale sia il contrario di vinto, invincibile, quindi cerco di mettere una specie di participio passato riflessivo autofilettante. 
  5. Uso una possibile traduzione. A questo proposito vi invito a cercare la corretta accentazione della parola guaina che quivi scrivo appositamente senza accenti, dimodoché possiate imparare qualcosa, razza di inutili ignoranti bastardi del cazzo! 
  6. I geni, si sa, sono veloci e precoci. 
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Serenità

Come da titolo.
Un semplice ysipitto ad inchiostro e acquerello.
Un semplice albero e nulla piú.
Tutto sfuma, è un contorno importante su cui però non mi concentro.
È sbilanciato, tutto da un lato, come ogni altra cosa. Il pensiero riempie il foglio, nient’altro è necessario.

Come da preambolo.


Acquerello & inchiostro su cartoncino, 18×14 cm circa.


So che siete maniaci delle misure.

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Rabbia

È presto detto: dovevo fare una prova ad olio, per un ysipitto, poi mi sono distratto, mi sono fatto prendere la mano e ho sbagliato. Rompendo tutto. Non che prima fosse un capolavoro, ma poco importa. Non era questo che avevo in mente.
Poi fa troppo caldo per stare al computer e quindi scrivo l’articolo dal telefono cellulare con tutta la scomodità che ne consegue1


Olio su cartone telato, 18x31cm.


  1. Porcoddio. 
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Anche le cose belle finiscono, figuriamoci le brutte

Dopo un paio di settimane di pause forzate a causa delle pause forzate, e un riassunto saltato perché solo tratto d’unione tra un passaggio e l’altro, in quanto solo tratto d’unione tra un passaggio e l’altro, finalmente i coraggiosi esploratori a bordo della Icarus arrivano alla fine di questa avventura finale del Richiamo di Cthulhu, finendo la fine.


Icarus – La fine

Avevamo lasciato i nostri coraggiosi esploratori a bordo della Icarus1 in piena confusione: astronave che cambiava posizione continuamente, l’equipaggio sospetto e impossibile, i compagni di viaggio che morivano ma poi erano ancora in vita… ne hanno viste abbastanza per impazzire. Per fortuna questa eventualità non si è avverata2, ma non per merito loro.
Oramai consapevoli che qualcosa non sta andando per il verso giusto e che gli ufficiali di bordo non sono quello che sembrano, decidono di mettere da parte le proprie ostilità, muovendosi compatti per la sopravvivenza.
Ironia della sorte, proprio a causa di questa compattezza, vanno verso la rovina: aprendo una porta dalla quale proviene una cupa litania, gli astronauti si trovano di fronte un trio di cultisti dediti a chissà quale turpe attività.
Inevitabilmente dall’incontro ne consegue uno scontro. Scontro che vede sí la peggio per il simpatico trio, ma che costa quasi la vita ai protagonisti. Malconci, senza piú la forza di andare avanti, con l’astronave oramai vuota, decidono di tornare indietro, verso la Terra e al diavolo la Missione Daedalus, al diavolo l’Icarus e al diavolo l’umanità, che se ne occupino altri, per Giove3!
Peccato che tra il dire e il fare ci sia sempre di mezzo una missione assurda e improbabile che qualcuno vuole portare a termine a tutti i costi, sabotando cosí la navetta di salvataggio e il relativo controllo remoto, facendola allontanare dalla nave madre.
Sarebbe pure un problema relativamente gestibile se non fosse che durante le altre partite i giocatori non avessero sabotato i motori, avessero ora bisogno delle chiavi delle persone che hanno ucciso e abbandonato sotto cumuli di macerie per accedere alla sala motori e, soprattutto, non fossero arrivati un paio di mi-go a bordo.
Mi-go forse richiamati dai rituali mai interrotti a bordo dell’astronave? Forse perché avendo superato da Plutone hanno incuriosito qualche fungo? Forse perché neanche sapevano dove stavano andando?
Quale che sia il motivo, i quattro si separano e i nostri amici crostacei hanno la meglio su di loro, da sottolineare il momento in cui aprono un portellone esterno con i mi-go che si muovono nello spazio senza problemi mentre loro finiscono risucchiati e uccisi facilmente.

Solo uno di salva, il personaggio che aveva fatto staccare la navetta: armato di pazienza, e jetpack, riesce a raggiungere la sua sola possibilità di salvataggio, ma oramai è troppo tardi, l’ultimo portale è stato aperto, la realtà si distorce e Azathoth gli appare in tutta la sua magnifica sonnolenza.
Poco c’è da fare in questi casi, si impazzisce e basta.


Battute finali

Quest’avventura era una prova, come ho specificato all’inizio di questo percorso. Era una prova per diversi motivi, tra cui l’ambientazione, molto peculiare, à la Alien4. Con un tema appena accennato ampliato da me: lo spazio aperto, che simula e oltrepassa la solitudine dell’oceano, e l’astronave che regala un isolamento pari solo a un sommergibile o a qualche altro mezzo sotterraneo, la storia ha praticamente quasi tutti gli elementi necessari per un’avventura classica, sebbene siano posti in un contesto molto differente.
Eppure questo contesto alieno, letteralmente alieno, cambia le carte in tavola, spariglia la mano, perché non ci sono antichi tomi polverosi scritti su pelle umana (o almeno non ci sono solo quelli), non c’è solo la Terra come patria dell’umanità; l’umanità stessa, anzi, si avvicina alle creature dei Miti, cercando di colonizzare altri pianeti, cercando di costruire nuovi mondi: siamo cosí tanto differenti dagli antichi, dai mi-go o dalla grande razza di Yith? In questo futuro no. E proprio in questo contesto che si possono saldare antiche alleanze tra popoli alieni, si possono sfruttare tecnologie perdute la notte dei tempi o si può tentare di compiere imprese immaginabili solo dai folli e dagli scrittori del fantastico. L’Uomo può diventare piú protagonista, meno vittima in balía di eventi troppo grandi e incomprensibili e credo che potrei adoperare il sistema Pulp per un’altra avventura in questa ambientazione, limitando a trasporre gli elementi iconici del genere in chiave fantascientifica piú ortodossa, senza però perdere gli archetipi e i talenti.

Per quanto riguarda la dinamica del “traditore” invece non mi posso dire pienamente soddisfatto: gli obiettivi singoli e volendo negativi per gli altri, possono spingere i giocatori a comportarsi in maniera sconveniente, preoccupandosi piú della propria miniquest, perdendo di vista la trama generale. Se questo può funzionare in un libro o un film, in cui i personaggi continuano a vivere la propria vita nonostante tutto, nel gioco si crea un meccanismo di ostacolo agli altri giocatori e sebbene non si sia rovinato il clima, il rischio c’era. Bisogna poi aggiungere la fatica e lo stress per controllare i giocatori che agiscono di nascosto, obbligando prove contrapposte segrete con risultati da narrare volta per volta senza che gli altri giocatori sospettino nulla. E poi il disastro, la trama scorre dietro, la storia procede, la situazione è irreparabile e niente può piú salvare i personaggi. Ora va bene che nel “Richiamo” la morte e la follia siano all’ordine del giorno, ma in questa storia c’erano proprio le possibilità per arginare tutto prima che fosse troppo tardi, c’era la possibilità di tornare indietro praticamente sempre, ma le indagini sono state ostacolate dai giocatori stessi e su questo c’è poco da fare.
In conclusione, al netto del divertimento che bene o male si crea sempre, devo trovare un modo per gestire in maniera semplice, e consona, questo sistema di ostilità latente, di tutti contro tutti, altrimenti è letteralmente improponibile: il rischio di rovinare l’esperienza di gioco è cosí alto che non ne vale assolutamente la pena.


  1. Come detto prima5
  2. Per fortuna6
  3. Esclamazione appropriata visto il contesto. 
  4. Mi fa sorridere il fatto che Alien debba in qualche modo all’opera di Lovecraft, una specie di uroboro horror, per dire parole a caso. 
  5. Vero. 
  6. Già. 
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E venne il Massidda

Dopo l’adeguato tempo di attesa dell’adeguato tempo di attesa, è giunto il momento di intervistare il Massidda, colui che ha portato i VERO e i PAZZESCO ad un altro livello.
Ad onore del vero1, la corrente verista cinematografica di il Massidda, non era ancora maturata, ma già si potevano ravvisare le prime, avvisate, avvisaglie.
Concludo ricordando che il Massidda, come ogni altro artista che ha partecipato sino ad ora è completamente matto. Ha subito messo in chiaro che aveva due tipologie di risposte alle mie domande: serie e facete.
Alla prima domanda, la tipologia scelta è ben evidenziata, ma da lí i poi nessuno può sapere che cosa stia dicendo, chi stia parlando. Il Massidda oppure il Massidda?

Ysingrinus: Come ti è venuta voglia di modificare le mie foto?
Come mai hai iniziato e come mai prosegui?

Massidda: Risposta seria: ho visto che anche altri lo facevano, che lo “scherzo” veniva apprezzato ed ho voluto cimentarmi anche io con qualche ritocco. E poi la goliardata è andata avanti.
Risposta faceta: sono un appassionato delle opere del celeberrimo pittore Richard Upton Pickman, e ho notato che somigli molto ai suoi modelli, quindi saresti la base perfetta per tentare di elaborare opere stilisticamente ispirate al suo originalissimo stile.

Y: E cosa hai provato quando hai visto i tuoi primi risultati? Quando sono arrivati i primi complimenti e sei stato accolto nell’elitario circolo artistico?

M: diciamo soddisfazione, essere apprezzati fa sempre piacere. Ho notato che stanno nascendo diversi sottofiloni, “il protagonista dei film”, “anime e manga”, “cthulhu e i suoi miti”, “damiano dei maneskin”. Ognuno porta in sé le sue sfide artistiche…
e ogni sottofilone ha il suo guru. Per i manga direi senza dubbio la vismara, ad esempio.

Y: Tu rientri nei “Cthulhu”?

M: Come qualità dell’opera, nel senso che è orrore? A malincuore devo dire di sì.

Y: Vorresti fare di piú? Cosa ti frena?

M: Direi di no, non penso di voler fare di più, mi limito magari a partecipare a seconda dell’ispirazione del momento. Quello che talvolta mi frena è il poco tempo e una conoscenza di base dei software di fotoritocco.

Y: Pensi che l’arte, almeno questa tipo di arte, sia vincolata alla competenza e conoscenza dei mezzi?

M: Sì, decisamente sì, per qualunque tipo di arte. Conoscere bene gli strumenti permette di poter esprimere quello che si ha realmente in mente. Serve conoscere bene gli strumenti che poi andrai ad usare.

Y: La conoscenza degli strumenti può compensare la mancanza delle idee?

M: No. Posso farti l’esempio del cinema, ci son film bellissimi con effetti speciali rozzi e ci son film i cui effetti speciali ti lasciano senza fiato, CG bellissima e personaggi animati da dio ma non hanno storia e non ti colpiscono.

Y: Quindi la conoscenza è solo amplificatore dell’arte. In questo senso è i vincolata.
C’è stato un lavoro che non è venuto come non volevi, o hai inanellato solo successi personali?

M: qualche “omaggio” poi tirando le somme sarebbe stato meglio non farlo, troppo forzato. Però, bisogna avere il coraggio di ammettere di aver sbagliato ed imparare dai propri errori.

Y: Ti senti maturato in questo viaggio? Come pensi che potrà evolversi e come per te in personale?

M: penso di essere maturato, o almeno migliorato un poco nel fotoritocco. L’evoluzione non so, non mi ci vedo ad esporre alla biennale di venezia…

Y: Cosa pensi degli altri artisti? Con chi ti senti piú affine?

M: artisticamente parlando apprezzo molto la vismara e il nieddu e il fanuli. Penso di essermi ispirato, almeno all’inizio della carriera, a quest’ultimo.

Y: Ti ringrazio molto per queste risposte. Hai un’ultima cosa da dire?

M: Grazie anche a te; ho solo un’ultima cosa da dire:
VERO


  1. Ovviamente. 
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Chi intervista lo stesso intervistatore, ovvero incontro con la divinità

Ed ecco che tosto il zanellato ratto s’appresta a colmare un abisso.
Ello ha deciso di intervistarMi, ma tanto ardore non è stato adeguatamente redarguito, anzi!
Prendete e godetene tutti, questa è la mia intervista offerta in sacrificio per voi1.

Tra una cacata e l’altra – Immagine di repertorio.

Zanellato: Come ci si sente ad essere considerato dai tuoi artisti una sorta di musa ispiratrice?

Ysingrinus: Devo ammettere che è strano.
Strano e naturale. Naturale perché è impossibile che la mia umile persona passi inosservata; strano perché non credevo il volgo potesse accorgersene.

Z: Eppure molti se ne sono accorti. Oh se sì!!!!! Ormai posti a cadenza giornaliera questi regali che gli artisti ti porgono. Cosa vorresti dire a questi esteti della modifica!?

Y: Quello che mi sento di dire è di credere sempre nelle proprie capacità, solo cosí si può trascendere l’umano e assurgere al divino. Solo con la pratica e l’impegno, niente accade per caso.
Solo il vero genio idiota, come umilmente io sono, può permettersi il lusso di allungare una mano acciocché il frutto del piacere vi si ponga delicatamente. Ma per diventare un idiota vero, un artista completo, fruitore e generatore di arte suo malgrado, bisogna superare numerose ordalie.
Chi si dedica alle mie foto esperisce sensazioni che il pubblico non può neanche immaginare, sensazioni che bruciano, che dilaniano, che distruggono. Ma è proprio da quelle sensazioni che rinascono, proprio da quelle esperienze, voi tutti, risorgete.
Ora siete vivi, figli miei.

Z: Eloquente. In questo periodo molti si sono avvicinati a questo mondo, e stiamo notando la rapida ascesa del Valtriani e del Nieddu. Scalzeranno mai un mostro sacro come il Fanuli?

Y: Ecco. Questa è al tempo stesso una domanda interessante e sciocca.
Mi permetti di rispondere ad un quesito che attanaglia ogni artista: essere finalmente notato dal demiurgo signore di ogni cosa. Bene io vi vedo, vi vedo tutti. Le vostre opere, anche quelle derivate, sono uniche e speciali. Non dovete pensare di agire per motivi differenti da quelli dell’arte stessa.
Non esiste competizione, non esiste classifica. Esiste solo l’arte.
Mi fa molto piacere aver potuto sciogliere questo nodo e per questo ti ringrazio.

Z: Collocarci tutti sullo stesso piano è un gesto che ti fa onore e sicuramente incentiverà altre nuove leve a cimentarsi. Sei stato messo letteralmente dappertutto (film, serie TV…), c’è una branchia che vorresti i tuoi artisti esplorassero?

Y: Solo quella della loro fantasia. Io permeo ogni cosa. Io sono ovunque. Io sono.

Sta a voi decidere cosa fare, sta alla vostra sensibilità e alla vostra comprensione del mondo.

Z: Insomma ci stai dando carta bianca. Di sicuro ai nostri lettori faranno davvero piacere queste tue parole. Un’ultima domanda: si fa tanto parlare di questo simposio tra artisti in videoconferenza. Personalmente cosa ti aspetti da questa Woodstock del web?

Y: Allora. Cosa mi aspetto? Devi sapere che l’attesa è essa stessa l’attesa. E l’attesa rompe il cazzo.
La cosa migliore per aspettare qualcosa è non aspettare qualcosa.
Come per tutto il resto, io credo che ogni cosa andrà come deve andare, gli artisti si conosceranno, ci saranno chiacchiere, magari sfide estemporanee che sfoceranno in grasse risate, oppure niente di tutto questo.
Quello che importa è la condivisione della propria passione, della propria esperienza, della propria conoscenza.
Quello che conta è il progresso dell’umanità.
Progresso che questo simposio inevitabilmente comporterà.

Z: Un discorso inappellabile, degno del ganzo che sei. Direi che possiamo chiudere l’intervista qui. Grazie mille del tuo tempo and keep cool 👉🏻

Y: Grazie a te per questa stimolante intervista!

Che la mia parola sia legge per voi tutti. Ora e sempre.


  1. Se vi sentiti colti da timor panico è normale. 
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