Sulla bellezza o dello scorrere del tempo

In molti si interrogano su cosa sia la bellezza, su quali siano i canoni di riferimento e, soprattutto, se questi presunti canoni possano essere universali: validi cioè, in ogni epoca ed in ogni contesto sociale.
La risposta in realtà è molto piú semplice di quanto non si creda. Semplice non vuol dire per forza di facile accesso.
Infatti finché non è arrivato il mondo del web nelle nostre vite, e finché questo mondo non è riuscito ad invecchiare a sufficienza, non c’era neanche il modo di immaginare il canone universale che per millenni l’umanità ha ricercato.

Cosa c’è, infatti, di piú bello di una pagina web desolata, vuota o abbandonata? Uno spazio virtuale mantenuto a bella posta scarno, con poco traffico visibile, per cristallizzare il tempo è quanto di piú struggentemente bello si possa trovare. Vedere le ore, i minuti, spesi male, con noncuranza e sciatteria, stampati nel tempo, come in un blocco di grafite, ignorando lo scorrere delle ere, annullando il tempo, è quanto di piú vicino alla Visione del Sacro possa esserci.

La bellezza è questo: la desolazione senza tempo.
Il vuoto assoluto.
L’assenza di tutto.

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Pessimismo

«L’allegria è anche allegra.»

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Realtà/2

«L’allegria è allegra.»

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Ottimismo

«La tristezza è anche triste.»

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Realtà

«La tristezza è triste.»

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Data

ultimamente un manipolo di fessoscopici petulanti in grado di farmi una rabbia ma una rabbia, hanno osato insinuare che io non abbia meno di 18 anni.

TUONI FULMINI E BISTECCHE!

Come osano non sapere?!

E cosí, io, che sono risaputamente magnanimo, nonché simpatico come Al Testone, sono stato costretto a dimostrare che sono tutti dei verificatori aggiunti.

https://yziblog.files.wordpress.com/2017/04/img_20170417_205949.png?w=520


Per ovvi motivi ho censurato tutto ciò che era importante censurare, compresi i rilevantissimi SEGNI PARTICOLARI1


  1. Chi vuol capire capisca. 
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Sogni proibiti

https://yziblog.files.wordpress.com/2017/04/sogni.jpg?w=520

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Amore e passione

Questo articolo dovrebbe rientrare nel “filone” delle mie confessioni, me ne rendo conto; se non vi rientra non è perché io sia diventato fessoscopico tutto a un tratto, è perché nelle confessioni parlo di fatti terminati, perché solitamente il dolore e la vergogna devo lasciarle sedimentare per poterli trattare, ma questo è un dramma ancora in atto.
L’ultimo atto.

Negli ultimi mesi ho scoperto che quel furbologo dell’artista minimalista alludeva e ri-alludeva alla sua passione per i minerali. Passione condivisa da molti, penseranno gli stupidologi.
Io che però dottissimo non sono in tale materia, sono andato oltre.
Molto oltre.
Ho capito che nelle sfaccettature del quarzo, con quei riflessi rosastri o nella cristallizzazione del carbonio si può nascondere molto piú di quanto non veda la gente normalmente.
I silicati hanno una loro imprescindibile sensualità, sensualità che chiunque non sia un verificatore aggiunto può comprendere, ovviamente.
Cosí, quando l’artista si è slegato i baffi per mettere a nudo le sue passioni, io ho deciso di ascoltarlo.
Ho capito che si può avere una storia d’amore, provare l’impeto della passione, anche con un freddo, distaccato sasso.
Un sasso non ha sesso.
Non ha sentimenti che puoi ferire e non è in grado di ferire i tuoi.
Un sasso è inerme. Algido. Passionale nella sua algida durezza, o nella sua scomposta friabilità.
Invito a riflettere chiunque mi legga: quante volte vedendo un sasso per strada non vi è venuta voglia di apostrofarlo con un «Ehilà fata, posso approfittare della tua stratificazione?», ovviamente attribuendogli arbitrariamente un sesso femminile?
E quante volte, vedendo quella pioggia di sassi non avete pensato che avevate bisogno di un cordiale? Lo sparasassi è forse la miglior invenzione degli ultimi duemila anni, subito seguito dai radioisotopi che conferiscono spettacolari poteri alle pietre…
Ma divago. Mi rendo conto che divago per evitare il dramma.
Ho un peso alla gola come un ferro da stiro, finemente istoriato, ma pesante, pesantissimo.
Ci sono sassi e sassi. Pietre e pietre. Ci sono i graniti, ci sono le pietre pozzolaniche, le basaltiche, le sedimentarie… io mi sono innamorato di una calcarenite.
All’inizio è stato bellissimo, c’era la passione travolgente, quella che il sommo Rubens ha scritto sull’argilla con i suoi immortali versi.

Con la carota
infreddolita
accarezzo l’amor
siliceo
che nulla risponde
al turgido calor.
E voluttà m’assal’
mentre il cherubin’
scaglia pietre nel mio
corason <31

Poi però il dramma. Lentamente, quasi impercettibilmente, ha iniziato a sbriciolarsi, la sua compattezza è andata via via scemando, lasciandomi nel giro di due settimane solo della polvere addosso, polvere che non riesce, me tapino, a darmi la sensazione sulla mia pelle che, come un diodo giargianese, una volta mi dava.
Lo so che è nella sua natura, dovrei emendarmi per questo, ma proprio non riesco ad andare avanti cosí.
Non riesco piú a sentire quelle sensazioni… il motivo per cui mi aveva attirato, la sua naturale porosità graffiante, è proprio quello che ora mi repelle, come se fosse Moab-Z…
Presto non mi rimarrà piú niente se non un triste blet.


  1. Ogni volta che rileggo questa poesia mi stupisco per la sua innaturale bellezza ed immanenza. Solo la mente allenata di un genio sfaticatato può arrivare a tanto. 
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Due boe

Un giorno strabicopatico come un altro ho osato non sapere dove stessi andando. Cosí, facendomi forza a colpi di «blet» ho varcato la soglia di quella cancellata, pensando di trovarmi di fronte una filanda.
Il mio stupore, degno del piú dotto tra i dottissimi in stupidologia mi quando ho visto quella stranezza degna del dottor Ubu1.

https://yziblog.files.wordpress.com/2017/04/boe4_v1.jpg?w=520

Quelle boe appese, l’occhio fatto con la calce dietro… umpft!, mi ci sarebbe proprio voluto un cordiale.
Poi tutto è stato barricata.


Si ringrazia Mattia De Padova2 per aver disegnato quell’occhio in tempi non sospetti.


  1. Il dottor Ubu in questione non è quell’Ubu, pur essendo quell’Ubu. 
  2. Furbologo lui. 
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Sessantuno minuti

Molto piú di sessantuno minuti sono passati da quando Gianni mi ha proposto di scrivere un racconto in soli, appunto, sessantuno minuti.
Ho fatto in modo di non pensare a niente prima di mettermi a scrivere e di non scrivere niente a cui avevo pensato prima. Sembrerebbe una cosa difficile ma per me che non penso mai a niente è quasi una dote naturale.
Scelto un album da ascoltare per l’ispirazione, ho impostato un timer ed ho iniziato a scrivere un carattere dopo l’altro.
Il risultato sarà quello che sarà, ma almeno questa volta ho una scusa!
Ci tengo a precisare che ho impiegato solo cinquantotto dei sessantuno, compreso una rilettura e mezzo.


 

Sessantuno minuti

Era un sogno, questo lo sapeva. Una delle particolarità di questo sogno era proprio la consapevolezza di star sognando e certamente non era l’unica.
Nessun sogno è privo di particolarità. O di particolari.

Vagava in un deserto roccioso, arido e apparentemente privo di vita. Le nubi in lontananza promettevano una pioggia che forse non sarebbe mai arrivata, oppure sarebbe arrivata troppo tardi.
Non sapeva perché doveva arrancare su quella terra desolata, spaccata, mortifera. Sapeva che sarebbe morto se si fosse arreso, che gli avvoltoi gli avrebbero mangiato gli occhi e strappato le carni, probabilmente ancora prima di morire.

Incredibile come un deserto, apparentemente privo di vita si popoli quando la morte è nell’aria.
Alla fine la vita è una condizione relativa, irreale il piú delle volte, tragica quando non ridicola.
La tragedia è ridicola? Le droghe che aveva preso nel sogno non facevano altro che peggiorargli i pensieri, mescolandogli le idee. Sapeva di aver preso delle droghe ma non sapeva perché.
Forse era una prova. Che genere di prova però?
Odiava quel sogno, odiava dover odiare quel sogno, sapere che stava sognando e quindi odiando. È cosí futile odiare, odiare un sogno è una tragedia. Quindi ridicolo.
Il pensiero fuggiva piú rapido della danza dei fantasmi, forse sue proiezioni del passato, differenti da lui ma a lui afferenti, che aveva creduto di vedere ai confini di quella “mesa”.

Forse far fuggire i pensieri era un buon modo per sopportare la sete ed il sole. Non pensare alle labbra spaccate o la difficoltà a respirare… di nuovo il sogno lo aveva riportato all’interno del sogno. Non era riuscito a scappare: pensando di scappare si era chiuso in gabbia.
Nello spazio infinito di un deserto eterno, sempre assolato, sempre bruciante. Un mondo completamente piatto senza un sopra o un sotto, senza un avanti o un dietro.
Gli avevano detto che doveva seguire una volpe, una volpe rossa.
Chi glielo aveva detto? Possibile che non riusciva mai a ricordarlo? Possibile che questo sogno si ripetesse sempre allo stesso modo? Una prova da superare, il ricordo dei fantasmi, la speranza di scappare, l’obiettivo datogli da qualcuno che non riusciva a focalizzare, il benessere della comunità… la cerimonia!
C’era una cerimonia, lo sapeva, ricordava che c’era qualcosa, un’antilope forse… lo sconforto nel non ricordare in cosa consistesse quella cerimonia a questo punto del sogno era talmente abituale che se non ci fosse stato non era sicuro sarebbe stato contento.

D’altronde, nei sogni o al di fuori di essi, da soli nel deserto, od in mezzo alla folla, le abitudini sono ciò che ci caratterizzano. È impossibile abbandonare le proprie abitudini, cosí come è impossibili abbandonare noi stessi, tanto nella salute che in punto di morte.
Il sogno, dopo gli ultimi pensieri, come sempre, gli portava alla memoria, alla presunta memoria che lui sapeva non appartenergli, essere solo un sogno, ma che dentro al sogno sapeva essere la sua memoria, i fasti di antiche vittorie. Vittorie che non appartenevano a lui, ma a chi era venuto prima di lui, ai suoi antenati, a quelli che avevano insegnato tutto a quelli che avevano insegnato tutto a quelli che avevano insegnato a quelli che avevano insegnato e cosí via, fino ad arrivare a lui. La vittoria del passato era la vittoria del presente, lui era chi lo aveva preceduto.
Dubitava sarebbe potuto essere qualcuno dopo, ed anche che qualcuno dopo sarebbe potuto essere lui. Quel deserto doveva essere la sua fine. La fine nel sogno, ovviamente, ma forse anche la fine al di fuori del sogno.

Mentre il sole continuava a bruciargli la pelle ed i raggi a giocare con i suoi occhi ormai secchi, sapeva di avvicinarsi alla fine del suo cammino. Sapeva che non avrebbe piú dovuto sottoporsi a questi riti, sapeva che questa non era una cosa buona, che aveva già forzato la mano sperando di trovare quella volpe in mezzo al deserto.
Al centro di quella desolazione c’era il totem sacro che doveva raggiungere, sapeva che era impossibile e sapeva che il suo tentativo era destinato a fallire.
Come sempre.
Però il Grande Corvo gli aveva parlato, questo era il momento in cui il sogno diventava ancora piú strano.

Sbattendo le ali gli aveva indicato la sua missione, con il becco lo aveva spinto e si era lasciato spingere, zampettando qua e là, sbattendo le braccia affinché diventassero ali e quando, finalmente in volo si vedeva stramazzare al suolo, per poi gettarsi in picchiata.
Quante volte le persone pensano agli avvoltoi e non ai corvi? Se lo chiedeva sempre quando con il becco iniziava a tagliare le carni del suo cadavere.

Il sogno finalmente stava cambiando: il cielo si fondeva con la terra, cosí come il corvo con l’uomo, tutto virava al rosso, il rosso della terra, il rosso del tramonto, il rosso della polvere, il rosso del suo sangue.
Finalmente il sogno era finito, erano passati solo sessantuno minuti.


L’album che ho usato come ispirazione è Anonymous dei Tomahawk.
Lo dico cosí funge anche da spiegazione al racconto stesso.

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