Distopiche ucronie

Mi sia perdonato il trucco del titolo potente per attirare l’attenzione ma quest’articolo merita tutta l’attenzione possibile, ed ancora qualcosa di piú.
Cosa rende tanto speciale proprio questo articolo? È presto detto: è un racconto del sempre ottimo Assistente42 che io, affettuosamente, ho appena deciso che da sempre lo chiamo Eratostane lo smargiasso, quindi potrei anche abbreviarlo con ElS d’ora in poi.
Molti si ricorderanno di lui perché è un centauro, oppure perché è un ganzo in grado di far percepire il suo tocco speciale su ogni cosa con cui interagisce.
Quale che sia il motivo per cui lo conoscete e lo stimate, vorrei farvi notare come noi tutti siamo abituati alla sua saggistica, pungente e precisa, tagliente ed accurata, grazie ad una mentalità che farebbe arrossire il piú gelido e freddo dei superconduttori1 che, però nella narrativa crea dei risultati sorprendenti.
Con uno stile vagamente rétro, la storia che accingiamo a leggere ci conduce per mano a sondare gli abissi della coscienza come prima di lui hanno già fatto Dick, Ellison o Gibson, portandoci a chiedere chi siamo realmente.
Parlavo dello stile prima, bene vi invito a fare attenzione a non farvi ingannare, perché non è solo un semplice capriccio da scrittore, ovviamente2, perché quando ElS scrive, tutto ciò che scrive è funzionale e necessario, tutto è calcolato, per rapire il lettore immergendolo completamente nella parte del mondo che ci vuole fare esplorare, regalando un’esperienza tale da spezzare il fiato.


La distopia di Papà Pig

di

Assistente42

Parte I

Papà Pig era un uomo felice. Aveva la sua casetta in cima alla collina, una deliziosa e amorevole moglie maiala, due figli vivaci e affettuosi: la fastidiosa Peppa e il non troppo intelleggibile George. Quest’ultimo aspetto lo preoccupava non poco ma, sebbene Papà Pig avesse il pallino dell’eloquenza, riconosceva che il suo prosciuttino avesse solo due anni, pertanto si limitava a scrollare le sue possenti e cotennose spalle e a grugnire beffardo e benevolente come sempre.

La sua vita procedeva sempre uguale, sempre contornato dai suoi affettati, allorché un giorno, durante le abluzioni mattutine, la visione di sé allo specchio gli indusse delle riflessioni. Si accorse, infatti, che la sua immagine riflessa apparisse giusto appena delineata nelle sue forme essenziali. Notò che la forma della sua testa ricordasse quella di uno scroto umano. Sebbene fosse certo di non aver mai incontrato questo strano animale nella sua quotidianità, ne aveva come un latente ricordo. Non diede tanto peso a questa sensazione e continuò a osservarsi con attenzione sempre crescente e l’oscena forma della sua testa passò improvvisamente in secondo piano. Si accorse, infatti, di come tutta la sua figura apparisse delineata da tratti elementari. Il contorno della sua sagoma appariva di un rosa leggermente più saturo del resto del suo corpo, uniformemente rosa. La sua barba, segno evidente della sua virile verrità, appariva anch’essa grottesca e approssimativa; il manto di un istrice invece che il meglio di un uomo, orripilante complemento alla forma scrotale del suo enorme mento.

Pensando si trattasse di un’allucinazione o di un caso di presbiopia suina in rapida progressione, inforcò i suoi occhialetti. La realtà gli parlò in tutta la sua cruda eloquenza: anche l’ausilio alla visione sembrava disegnato nei suoi tratti essenziali e poco servì allo scopo.

A un tratto, Papà Pig ebbe un’epifania ma non volle credervi del tutto e la mise alla prova. Distolse brevemente lo sguardo dallo specchio per riprendere a fissarlo subito dopo, con un rapido movimento della testa, quasi a volerlo sorprendere. Lo specchio non si fece ingannare. Ritentò più e più volte. Voleva davvero capire come lo vedessero gli altri e si illuse per un momento di poterci riuscire fregando lo specchio, ma invano. “Queste cose succedono solo nei grandi romanzi!”, grugnì sarcarstico, e fece per andare al lavoro, cercando di ignorare questa opprimente seppur latente sensazione.

Poco prima di uscire di casa per affrontare quel mondo che gli appariva ormai stereotipato e artificialmente rassicurante, diede un bacio sul muso della moglie, ma questa lo guardò e capì subito che vi fosse qualcosa di strano. Percependo il disagio della sua rosea consorte, Papà Pig provò ad estrinsecare i suoi pensieri:

“Cara, ti sei mai chiesta se il nostro mondo sia reale o se sia invece ci sia dell’altro?”
“Sei sicuro di sentirti bene?”
“Non mi sento bene affatto. È come se avessi percepito che il nostro mondo sia governato da regole incomprensibili. Ad esempio, ricordi il tuo nome?”
“Ma certo Papà Pig. Io sono Mamma Pig”
“Ricordi l’episodio Time Capsule? I nostri bimbi a scuola hanno replicato l’esperimento che abbiamo fatto noi alla loro età, ovvero di sotterrare degli oggetti affinché i posteri potessero trovarli. Ricordi che abbiamo, a suo tempo, sotterrato un nostro video?”
“Ma questo cosa c’entra?”
“Cara, noi in quel video eravamo bambini e ci chiamavamo già Papà Pig e Mamma Pig. C’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo”

Mamma Pig restò sbigottita. Pensò sul momento che suo marito fosse impazzito, eppure percepiva la parvenza di un senso nelle sue parole sebbene non riuscisse a capire esattamente dove. Non diede comunque molto peso alla cosa e si dedicò alla consueta contabilità sul suo grottesco computer, infestato da uno strano virus per cui una gallina deponeva delle uova in giro per il desktop. Per fortuna il piccolo George sapeva sempre come aiutare la sua mamma.

Papà Pig raggiunse il suo posto di lavoro, all’ultimo piano del palazzo più alto della città. Sperava che questo vortice di prospettiva assoluta potesse momentaneamente abbandonarlo almeno al lavoro; invece, i suoi interrogativi aumentarono. Cosa c’era nei piani sottostanti? Perché non c’era mai stato? Perché non aveva mai domandato? Ma soprattutto in cosa consisteva esattamente il suo lavoro?

Raggiungere la sua scrivania, dopo aver salutato i suoi colleghi, non gli risolse questo dubbio. Il Signor Coniglio era intento a timbrare fogli senza nessun apparente senso logico, mentre la Signora Gatto si limitava a disegnare colorate forme geometriche elementari e a stamparle a più non posso.

Dietro le sue spalle, Papà Pig trovò la lavagna, suo prezioso strumento di lavoro. Conteneva i calcoli del giorno precedente e cercò di trovarvi un senso. Algebra elementare del primo liceo faceva capolino insieme a qualche sparuta tabellina e a complicatissime espressioni, come 1 + 1 = 2.

A quel punto la verità gli si parò di fronte in maniera ineluttabile: quel mondo era stato disegnato da un creatore alquanto illogico e volubile e loro, i suoi abitanti, non erano che pedine manovrate distrattamente, svogliatamente, capricciosamente. Quale forma può avere questo creatore? Perché privare di ogni individualità alle proprie creature non solo negando il concetto di nome proprio, ma addirittura facendo assolvere questa funzione a un nome comune?

L’affiorare di un tenue ricordo ordinò a Papà Pig capì di ribellarsi. Si alzò in piedi e con calma, seppur con voce stentorea, disse: “Il mio nome è Algernon Anderson”.


Postfazione

Cosa posso dire dopo una perla del genere, ricca di citazioni e richiami culturali e pop? Cosa sono io? Come faccio a scrivere su questa tastiera di marzapane3 con i miei zoccoli da artiodattilo? Qualcuno, forse l’Assistente42 ha scritto di me che scrivevo di quello che scriveva lui4?
Solo nella seconda parte ne potremo sapere di piú!


  1. Al lettore capire se questo abbia senso. 
  2. Ovviamente. 
  3. O pasta reale? 
  4. C’è stata anche una citazione involontaria che mi ha fatto temere che anche lui scriva quello che qualcuno vuole che lui scriva e cioè di me che scrivevo di quello che scriveva lui. 

About ysingrinus

Mi sono accorto che non avevo scritto niente qui e cosí ho deciso di scrivere qualcosa.
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23 Responses to Distopiche ucronie

  1. assistente42 ha detto:

    Sei il mio editore. Mi sono accorto di alcuni refusi nel testo che non mancherò di segnalare. Per adesso, solo ringraziamenti

    Piace a 2 people

  2. assistente42 ha detto:

    Non piacque.

    "Mi piace"

Fhtagn

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