Il piscio – IV

Plutone!
Plutone prima di venire declassato a pianeta nano era considerato un pianeta1. Sin dal lontano 18 febbraio 1930.
Non credo di dover aggiungere altro.
In realtà devo aggiungere altro, mi costringete a farlo, per farvi leggere ciò che è stato scritto prima o prima ancora o incredibilmetne ancora prima ancora!
Allora dato che già sono stato costretto ad aggiungere altro, vi devo dire che Edo Cuoio è stato prepotente e spietato in questo capitolo, aiutandomi a far uscire tutto il meglio che di me in c’è.


AVVISO: DA QUI INNANZI IL NOSTRO LAVORO E’ AFFETTO DA LINGUAGGIO E CONTENUTO ESPLICITO. LEGGI SOLO SE SEI AVVEZZO


Il piscio – IV

La morte non venne. Non avevo più le gambe, la metà inferiore del mio corpo era esplosa e le mie interiora legate perché non mi dissanguassi e, non so per quale oscura maledizione, continuavo a respirare. Provavo un dolore insopportabile, innaturale, che andava oltre a quello che avevo sperimentato sino ad ora.
Una dimensione inconcepibile si era spalancata e mi aveva inghiottito con fauci che non potevo vedere. Il sole azzurro in un cielo color terra batteva ora sul mio viso, accecandomi.
Il dolore era amplificato dal fatto che, nonostante tutto, sentivo ancora la vescica gonfia come se non fosse esplosa: dovevo pisciare ma non potevo farlo. Non poteva essere vero, dovevo essere finito all’inferno, non c’era altra spiegazione.
Eppure la schiena butterata di Luciano, ora senza camicia, con quella scoliosi orrendamente pronunciata… Io l’avevo sempre vista. Da quando conoscevo Lucia, lui c’era sempre stato, come il giorno del primo appuntamento: Luciano era con noi, taciturno; dovetti comprargli due gelati per poter baciare la mia amata. E quanto la amavo ancora. Perché non tornava? Quando aveva il turno di notte non rientrava mai dopo le undici e ora doveva essere quasi pomeriggio. Perché mi aveva lasciato qui suo nonno che si puliva la bocca dal mio seme, sporcandosi il volto con quell’impasto di sangue e feci fuoriuscite dalle mie viscere?
L’anziano uomo mi fissava, continuava a farlo, ed io non potevo staccare gli occhi dai suoi, magnetici, mesmerizzanti. Mi spaventava ed affascinava al tempo stesso.
C’era qualcosa in lui di strano, come se emanasse un’aura femminea, in sguaiato contrasto con quel suo grosso pene che conoscevo da tempo, sebbene ora notassi fosse davvero enorme e come biforcuto. In quale modo un vecchio tanto vecchio, col cazzo lungo almeno mezzo metro, diviso in due, poteva rimembrarmi una donna? Dovevo avere le allucinazioni, la vescica fantasma che continuava a premere mi stava facendo impazzire. Sudavo, sudavo fortissimo, sudavo piscio! Man mano i miei pori espellevano l’urea io mi sentivo meno indolenzito ed anzi il dolore diveniva parte dei miei sensi, come se attraverso di esso potessi percepire una realtà cosí diversa. Forse potevo salvarmi. Tuttavia, l’evaporazione dell’urina mi raffreddava rapidamente mentre Luciano, a cavalcioni del mio ventre, esponeva la sua turgida follia come una doppia katana puntata al mio viso. Dovevo riuscire a liberarmi da questo gelo asfittico e mettermi sotto il sole cocente d’agosto, dovevo sudare e liberarmi. Svuotarmi finalmente la vescica, fosse anche solo uno spirito che mi infestava al posto dell’organo che mi opprimeva da dentro!
Ma come potevo fare? Il mio diabolico carceriere mi teneva un tratto di tenue ben pinzato tra le dita ritorte, mentre con l’altra mano cercava il mio bischero ancora intubato.
Impossibile sfuggirgli, a meno di una trovata geniale, una di quelle che ti può salvare la vita quando ti esplode la parte inferiore del corpo ed un ibrido orrendo ti salva la vita solo per continuare a violentarti il corpo e l’anima.
E all’improvviso venne l’idea. Sapevo qual era il suo punto debole. Ero io. Luciano era perdutamente innamorato di me, sebbene mia moglie lo negasse quando il vecchio si toccava mentre io la inculavo. Lei diceva che era un conflitto irrisolto, ma una volta Luciano mi schizzò in faccia con fare enigmatico. Mi arrabbiai tantissimo, ma Lucia sapeva come farsi perdonare, ed ogni volta dimenticai. Dimenticai quando, nudo ed eretto, mi sfiorava le natiche comparendo improvvisamente nelle parti ombrose della casa. Era come se dimenticassi tutto ogni volta, lasciandomi solo un vago sentore, una sensazione indefinita ed indefinibile. Ma questa volta no, non adesso.
Ora che ero dimezzato ero finalmente intero. Sapevo tutto. Capivo tutto, o almeno abbastanza per avere la meglio sul perfido vecchio.
Mi leccai le labbra, gli feci un cenno impercettibile. Per la tensione sudavo come non mai, alleviando la sofferenza alla vescica e raggiungendo una lucidità sempre maggiore.
Lui aveva il cazzo come una coppia di cobra gonfi e sollevati. Lo feci avvicinare, strisciando su di me, risalendo dal mio bacino torturato sempre più su, sul mio petto, sino a che arrivò con le palle quasi a contatto col mio volto: i suoi occhi, tali a vitree orbite di rettile, non mi erano mai sembrati tanto osceni. Sentivo forza nelle braccia. Con una mano gli cinsi la nuca per avvicinare il suo volto al mio, e con l’altra gli afferrai l’ orrendo pene, flaccido e deforme, e col gesto sapiente di un buttero glielo scorsi sul collo, strozzando il torturatore col suo stesso strumento. Mandriano una volta, mandriano tutta la vita. Ero vissuto come un bracciante agricolo, e sarei entrato fieramente nella tomba come tale. Luciano era intrappolato dalla sua stessa arma. Una delle due cappelle cercò di mordermi la mano, ma evitai il letale colpo ed iniziai invece ad accarezzarla, inturgidendola.
Il vecchio strabuzzò gli occhi, con un sibilo iroso cercò di liberarsi ma ormai era troppo tardi: la sua stessa erezione lo stava soffocando. L’ipossia non faceva che aumentargli l’eccitazione, lo vidi diventare cianotico di fronte a me, gli occhi oramai fuori dalle orbite, la lingua gonfia penzoloni. Morí subito prima che il suo uccello scivoloso mi esplodesse in faccia. Una cappella, proiettata come un meteorite, mi colpí duramente in viso. Doveva avermi incrinato uno zigomo.
Per un minuto, o forse un’ora, stetti immobile. Traspiravo un vapore cloacale. Ero completamente ricoperto da una sostanza ignota, viscosa, di cui non osavo chiedermi l’origine. Nello spettro olfattivo avvertivo però un vago aroma di ribes. Mi leccai le labbra e sentii il penetrante gusto del ferro oltre all’onnipresente sapore di sesso maschile. Il cadavere di Luciano giaceva sconvolto sul mio tronco. In un impeto di odio che riconobbi umano lo gettai di lato e strisciando sui gomiti, scivolando sull’urina, sul sangue e frammenti marci di Luciano arrivai alla finestra. La fissai dal basso come un totem spaventoso. Era la via più rapida per raggiungere l’oliveto, sebbene la camera nuziale si trovasse al piano rialzato. Avrei dovuto attraversare i rovi che Lucia aveva piantato intorno all’abitazione, ma non mi importava; nulla poteva dolermi più della vescica che continuava a pulsare e a premere sul diaframma spezzandomi il respiro.
Con le braccia muscolose mi issai, risalendo gli stipiti come un ginnasta. Poi sollevai il bacino verso l’esterno, sporgendolo nel vuoto. Chiusi gli occhi e mi lasciai cadere.
Caddi per interminabili secondi. Divennero minuti, poi ore. Precipitai per giorni e i giorni sedimentarono in anni.
Cadevo in un baratro infinito, un pozzo di oscurità, terrore ed ebbrezza. Cadevo in me che cadevo in un’immensa vescica cosmica che si svuotava in me come una nube di ambrosia.
Attraversavo il vuoto siderale, ma ero ancora alla finestra. Qualcosa mi aveva bloccato.
Luciano!
Mi girai di scatto, ma non era il vecchio, era qualcosa di diverso. Il suo viso, grigio come gomma, era un ovale di donna, cosí come il torace dalle mammelle vuote aveva la gentilezza del corpo femminile. Le gambe, dio mio, quello che vidi non mi uccise per un soffio, erano quelle di mia nonna! Le avevo viste troppe volte per potermi sbagliare. Quasi contro voglia alzai lo sguardo verso il pube, e in una bianca peluria scorsi un pisellino affacciato come un bocciolo, coperto di rugiada. Non potevo capire, non sapevo vedere. Non ce la feci più e mi gettai finalmente dalla finestra.


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  1. Dispiace ma è sciocco non accettarlo. 
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About ysingrinus

Mi sono accorto che non avevo scritto niente qui e cosí ho deciso di scrivere qualcosa.
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38 Responses to Il piscio – IV

  1. vengodalmare ha detto:

    Mi dispiace ma sarebbe sciocco da parte mia non ammettere che alla fine non ho capito bene cosa è successo veramente. Forse c’è stata accelerazione nel finale di questo racconto che ho letto con piacere .. È solo un delirio di un uomo in procinto di morire? Un incubo?
    Perdonami, ma lo sai che con te non ne indovino nessuna! È un dest

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  2. vengodalmare ha detto:

    Vedi? .. come sempre sbaglio negli invii :))

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  3. Pagine che terrorizzerebbero lo stesso Dio degli Inferi con la loro insondabile profondità

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  4. Sara Provasi ha detto:

    È sempre più visionario 😂😂😂
    E magari tutto questo casino solo per una cistite 😂

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  5. Zeus ha detto:

    Siamo al quarto appuntamento col Piscio! Io ti supporto in questa via della Pioggia Gialla

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  6. Pingback: Il quinto – Piscio | Discussioni concentriche

  7. giomag59 ha detto:

    La cappella rotante mi ricorda Goldrake!

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  8. Ma come si butta dalla finestra? Immaginarmi le scene è stato abbastanza disgustoso! Ci. Ridiamo domani con l’ultimo! Buona giornata

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  9. Conte Gracula ha detto:

    Direi che la nonna e Luciano sono anima e animus, un conflitto irrisolto rappresentato dal pene biforcuto di Luciano, che a sua volta è anche Lucia, visto che hanno le prime cinque lettere in comune.
    E il cinque è il numero della trasformazione, secondo certe tradizioni!
    Ma se Lucia nega la propria natura, aggiunge un secco NO e diventa Lucia-no, un’esistenza completa, animus e anima, con una forte componente femminile dovuta alla forte presenza di Lucia (e della nonna) in sé, perché Luciano, senza Lucia, è solo no, negazione, mentre Lucia può esistere senza quel no.
    È tutto molto complesso…

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Fhtagn

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