La luce

Dopo tanto tempo è giunto il momento di riprendere a scrivere i brevi racconti che tanto mi hanno contraddistinto quando ho scritto i brevi racconti che tanto mi hanno contraddistinto.
La seguente è un’opera di fantasia basata su incubi veri e come tale deve essere trattata: un’opera di fantasia basata su incubi veri.
Leggere per credere.


La luce

Quella sera Andrea non riusciva a prendere sonno. Continuava a sentire che qualcosa non andava, non era il caldo, che da un paio di sere a questa parte era diminuito, e neanche il silenzio che saturava l’aria: d’estate era normale la città si svuotasse quasi completamente.
Decise di alzarsi e fare un giro per la casa, poteva aver visto qualcosa che non andava senza essersene reso conto a livello cosciente. La porta aperta, il televisore o il computer accesi, sicuramente era una sciocchezza del genere che gli stava togliendo il sonno. Si lamentò tra sé e sé per come era fatto male, per il suo costante bisogno di avere ogni cosa nello specifico modo che aveva stabilito: tutto doveva essere allineato ed ordinato come voleva lui, pena l’impossibilità di rilassarsi. Figuriamoci, quindi, se avrebbe potuto prendere sonno avendo dimenticato il computer acceso!
Dalla cucina poteva vedere la luce delle scale esterne che portavano al piano di sopra, filtrare dalla porta a vetri. «Strano», pensò ad alta voce, «ero convinto di averla spenta, anzi ne ero sicuro…». Cosí pensando spense la luce e tornò nella camera da letto, soddisfatto di aver risolto tanto facilmente questo problema; il sonno, purtroppo, non durò a lungo, perché dopo una mezz’ora scarsa era di nuovo sveglio. Fissava la volta della sua camera con gli occhi sbarrati, qualcosa lo aveva svegliato all’improvviso, madido di sudore, nonostante la temperatura fosse mite, quasi troppo bassa.
Qualcosa non andava, se ne rendeva conto. Probabilmente non stava bene, magari aveva la febbre. Sicuramente doveva bere un po’ d’acqua, si sentiva le fauci arse, la gola secca e in piú stava ancora sudando.
Tornò in cucina, prese un bicchiere dallo scaffale e mentre faceva ciò, si rese conto che la luce delle scale era di nuovo accesa!
«Impossibile!» esclamò stupito, «l’avevo spenta poco fa, ne sono sicuro, che sta succedendo?»
Questa volta non si limitò a spegnere la luce, andò invece a prendere le chiavi di casa, aprí la porta e si mise, mano sull’interruttore, a vedere se il relè stesse funzionando: lo scatto meccanico corrispondeva alla pressione del dito ed allo spegnimento ed accensione della lampadina. L’interruttore quindi funzionava, non l’aveva premuto a vuoto prima.
Dopo qualche altra prova, lasciò la luce accesa e uscí per salire sulle scale per vedere se c’era qualcosa che non andasse nella lampadina o nel portalampade, magari uno sfarfallío che potesse indicare che questi bulbi moderni erano poco pratici e molto delicati, oppure qualche filo un po’ lasco che potesse fare dei falsi contatti. A metà della rampa d’acciaio si sporse per fare questi controlli, ma sembrava tutto al suo posto. Doveva aspettare la luce del giorno, e magari prendere qualche attrezzo, per poter controllare meglio, ma al momento non poteva che constatare come fosse tutto in ordine.
Salí gli ultimi gradini, via via sempre piú al buio perché il cielo era coperto dalle nuvole, coprendo ogni stella e la Luna che comunque era da poco uscita dal novilunio e quindi non avrebbe illuminato granché. Saliva chiedendosi se avrebbe potuto incontrare qualcuno, se magari ci potesse essere un malintenzionato o chissà chi, ma il terrazzo era vuoto; la porta della stanza superiore era chiusa a chiave e non c’erano angoli dove nascondersi, insomma non ci poteva essere nessuno. Ciononostante Andrea si sporse oltre l’inferriata per vedere se, ridicolo, ci fosse stato qualcuno appeso al cornicione della parete. Ovviamente non c’era nessuno. Era solo, completamente solo su quel terrazzo, solo e infreddolito; o la temperatura stava continuando a scendere o a lui stava salendo la febbre. Sicuramente non gli faceva bene rimanere seminudo all’aperto, di notte.
Mentre scendeva le scale ebbe piú volte l’impressione che qualcuno lo stesse fissando, due punti fermi concentrati sulla sua nuca, ma ogni volta che girava la testa vedeva solo l’intonaco della parete illuminata dalla lampadina. Eppure la sensazione non lo abbandonava, era come una cappa che gli gravava sulle spalle, che gli afferrava la fronte da dietro costringendolo a girarsi di continuo. La discesa, in questo modo, sembrava non avesse mai fine, come se ogni gradino fosse stato composto da centinaia di gradini alti, ripidi e scivolosi. Dopo un indefinito, ed interminabile, lasso di tempo, Andrea riuscí ad arrivare alla fine della scalinata ma, come posò i piedi sul pavimento esterno, di fronte alla porta, la luce si spense all’improvviso per riaccendersi altrettanto repentinamente.
Quando gli occhi si riabituarono al cambio di luce, poté vedere che la porta, prima spalancata, adesso era chiusa. Chiusa a chiave! Freneticamente si mise ad armeggiare con il mazzo di chiavi e la serratura mentre la lampadina, governata da un capriccio folle, continuava ad accendersi e spegnersi da sola, ogni volta aumentando il freddo che si divertiva a danzare sulla pelle… finalmente la serratura cedette e, spalancata la porta, Andrea attraversò la soglia con uno scatto, sbattendo l’uscio dietro di sé.
Ora era immerso nel buio, la luce esterna si era spenta nuovamente, da sola. Il ronzio del frigorifero era l’unico segnale che lo rassicurava di trovarsi ancora a casa sua: sembrava che le tenebre fossero piombate tra le mura, un mostro orrendo che divorava la luce e che, gli veniva in mente in quel momento, forse avrebbe potuto divorare anche lui.
Con i brividi che gli scuotevano il corpo, procedette a tentoni. Doveva tornare a letto, ne era convinto, qualsiasi cosa stesse accadendo o fosse accaduta, lui doveva stendersi, mettersi sotto le lenzuola tirate ben oltre la testa ed aspettare che quella notte assurda e spaventosa passasse.
Giunto in sala, il “click” del relè della cucina gli fece fare un salto, la luce della cucina era accesa, qualcuno doveva averla accesa, non poteva essersi accesa da sola!, però non c’era nessuno in casa oltre a lui e tutto questo doveva essere un’allucinazione, magari dovuta alla febbre alta che sicuramente aveva, non poteva essere possibile tutto questo.
Andrea fissava la cucina, istupidito dalle continue assurdità che stavano tormentandolo e all’inizio non si accorse del tocco leggero sulla sua guancia, poi piano piano riuscí a distinguere i polpastrelli di una mano che lo stava accarezzando; fredda, leggera e impalpabile eppure cosí presente nonostante fosse eterea, il tempo di girare la testa di scatto e la mano era svanita e in quel preciso istante si era spenta la luce in cucina.
Tutto questo era troppo, non poteva rimanere ancora lí freddo ed immobile, doveva correre, urlare, nascondersi, doveva salvarsi! Corse verso la camera da letto, si buttò sotto le lenzuola e strizzò gli occhi, pregando come non aveva mai fatto che tutto finisse cosí, che si potesse risvegliare da questo incubo e ridere di sé stesso, della sua paura per le ombre ed i sogni.
Ma questo non avvenne.
Un altro “click” e dalle palpebre serrate poteva percepire la luce della stanza che qualcuno, o qualcosa, aveva acceso. Non era solo, non poteva esserlo, c’era qualcuno con lui. Un’entità invisibile, incorporea, fredda, molto fredda, ora ne era convinto. Non poteva essere un sogno quello, non era un sogno, non era un incubo, era la realtà, la terribile realtà che stava trascinandolo dove mai aveva neanche immaginato potesse arrivare.
Incapace di aprire gli occhi per affrontare l’orrore rimase in attesa, in attesa di un sussurro, un gemito o un lontano lamento ma quello che arrivò fu molto peggio: lo sbattere della porta della camera seguito da una sonora risata malvagia.
Sentendo quei suoni capí che per lui non c’era piú speranza, era giunta la fine e niente avrebbe potuto evitarla.
Andrea svaní nel nulla la notte tra il 24 ed il 25 luglio e nessuno ne ebbe piú alcuna notizia.


Mi rendo conto che dovevo rileggerlo per pubblicarlo ma sono troppo sciatto e pigro per poterlo fare.
Se ve lo fate piacere cosí bene, altrimenti il problema è solo vostro!

About ysingrinus

Mi sono accorto che non avevo scritto niente qui e cosí ho deciso di scrivere qualcosa.
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10 Responses to La luce

  1. le hérisson ha detto:

    A me piace, e molto, così.
    un paio di impercettibili imperfezioni le ho mentalmente aggiustate a modo mio, che non è il tuo ma se non ti va, non è un problema mio ma tuo :-)

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  2. shevathas ha detto:

    bello, mi sono immedesimato al tal punto che poi ho fatto anche un tiro sanità.

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  3. Gintoki ha detto:

    Direi, sennò, peste!

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