Onicomachia: una guerra fratricida

Un giorno le unghie delle mani, arroganti e boriose, decisero che non dovevano piú avere nulla a che fare con quelle dei piedi: spesse e goffe facevano identificare le unghie come una cosa sporca.
Al tempo stesso, le unghie dei piedi, erano convinte di svolgere la maggior parte del lavoro: era grazie a loro se i piedi reggevano il corpo e addirittura camminavano, alla fine le unghie delle mani si vantavano per niente, pochi semplici lavori occasionali, che ci voleva a fare il loro lavoro?
Quante volte la mancata comprensione del punto di vista dell’altro ha generato catastrofi? Come facevano a sapere, entrambe le fazioni, l’assoluta importanza dell’altra?
Con queste premesse non ci volle molto perché i toni, già accesi per passate diatribe, degenerassero in un vero e proprio conflitto armato.
La prima schermaglia avvenne poco sotto la rotula perché le unghie delle mani, forti della loro maggiore mobilità intendevano colpire il nemico all’improvviso, cercando di coglierlo impreparato nel suo territorio.
Le unghie dei piedi però non erano da meno: sapevano che un loro attacco, lento eppure potente, avrebbe potuto distruggere ogni ostacolo, come le onde del mare, lunghe ed inesorabili.
Accadde cosí che i due schieramenti si trovarono in campo neutro, poco sopra ai piedi, l’uno sorpreso dall’altro. Le unghie delle mani furono per loro natura piú rapide ad organizzarsi e sferrarono diversi attacchi rapidi da due direzioni con l’intento di separare il nemico e finirlo rapidamente. Avevano però davvero sottovalutato la robustezza delle unghie dei piedi, tanto che solo un’unghia, quella del quinto dito cadde sul campo, costringendo però le unghie delle mani alla fuga.
Era guerra dichiarata ormai, il prossimo scontro probabilmente sarebbe avvenuto all’altezza dell’ombelico, in uno dei passaggi piú difficoltosi di tutto il corpo.
Le unghie dei piedi sapevano che le mani non potevano farle arrivare sotto alle ascelle dove, seppur divise avrebbero potuto minare la loro stabilità, perché da lí sarebbero potute andare verso i gomiti o le scapole; al tempo stesso, però, le unghie delle mani avevano pagato a caro prezzo quell’unica vittima, dovevano riorganizzarsi per colpire, perdendo cosí il vantaggio tattico della mobilità che le contraddistingueva.
Le mani, si sa, da sempre rappresentano l’ingegno e questi abili combattenti non vennero meno alla credenza comune: decisero di armarsi per superare lo spesso strato cheratinoso delle unghie avversarie. Arroventando la punta di alcuni aghi era possibile trapassare le unghie come se fossero stato di burro, bisognava solo stare attenti a non trovarsi all’estremità sbagliata, come per ogni arma.
Il tempo di impratichirsi con queste armi rudimentali ma efficaci che arrivò il grande giorno: quattro delle nove unghie dei piedi rimaste, alcuni dicono quelle del secondo e terzo dito del rispettivo piede mentre altri il quinto dito rimasto piú i secondi ed il primo sinistro, superarono il pube, scavallarono l’ombelico e si buttarono in battaglia urlando e facendo piú rumore possibile per spaventare le unghie sotto attacco.
Gli aghi roventi rotearono, colpendo subito le unghie delle seconda dita ma gli aghi si rivelarono effettivamente un’arma troppo pericolosa: ben tre unghie delle mani perirono infilzate dai loro stessi aghi, nel tentativo invano di sopraffare le possenti unghie avversarie.
Intanto il resto dell’armata podalica, schermata e protetta dai peli raccolti nel tragitto si avventò come una tenaglia sull’esercito avversario impegnato con l’attacco frontale.
Lo scontro fu cruentissimo, tanto che lasciarono segni sul corpo, dal basso ventre sino allo stomaco che mai piú andarono via. Alla fine, rimasti in piedi solo l’unghia dell’indice sinistro e del primo dito del piede destro, stanchi di combattere ma consapevoli di non poter piú tornare indietro, si scontrarono senza esclusioni di colpi, quasi cercando la propria fine piú di quella avversaria.
I peli che assistettero a questo epico scontro dissero che, con l’indice ormai a terra, l’altra unghia si buttò volontariamente sull’ago rovente, morendo trafitta mentre schiacciava l’unghia che una volta era stata suo fratello e che ora, in punto di morte, tornava tale. Nate assieme, morirono assieme.
E questa è la triste ed istuttiva storia dell’ochinomachia, la guerra fratricida che narriamo di generazione in generazione affinché i giovani possano imparare dagli errori del passato.


Postilla obbligatoria:
Sono sicuro di aver colmato un’enorme lacuna della nostra cultura: nessuno aveva inspiegabilmente ancora parlato di questo argomento.
Dovrei dire altre cose ma le lascio indovinare a chi mi legge.

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About ysingrinus

Mi sono accorto che non avevo scritto niente qui e cosí ho deciso di scrivere qualcosa.
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26 Responses to Onicomachia: una guerra fratricida

  1. ivano f ha detto:

    Per non dimenticare.

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  2. Gintoki ha detto:

    L’umanità ha la memoria corta!

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  3. Conte Gracula ha detto:

    La follia della guerra civile raccontata in una storia altrettanto folle, come solo un Rodari più crudo avrebbe potuto fare!

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  4. Francesca ha detto:

    :D bella storia! hai una rara visione immaginifica, apprezzo molto e ti meriti non una, ma due faccine sorridenti :D benché la storia narrata sia invero drammatica

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  5. ceciliagattullo ha detto:

    …la mancata comprensione.
    È tutto lì

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  6. Ci starebbe un prequel in cui si scopre che dietro a tutto c’è la lobbyes dei dermatologi. Ci starebbe tutto.

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Fhtagn

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