La fine

Il cielo livido di quel mattino non sembrava promettesse nulla di buono e Matteo questo lo sapeva bene. Dalla finestra di casa sua scrutava l’orizzonte, aspettando di vedere concretizzarsi i suoi timori da un momento all’altro.
I telegiornali davano solo notizie vaghe ed incomplete: ovviamente le autorità volevano che fosse mantenuta la calma. Come se l’orda si fosse potuta fermare con le chiacchiere.
Era preparato, Matteo, forse era l’unico realmente consapevole della portata del pericolo che ora stava minacciando Roma. Aveva provato ad avvertire i suoi amici ma nessuno gli aveva voluto credere. Ridevano, come se lui avesse voluto scherzare e piú insisteva, piú gli stupidi credevano scherzasse, finché si arrese e rinunciò a cercare di avvertirli del rischio imminente.
Avrebbe dovuto prepararsi, fare provvista di armi e viveri, l’assedio sarebbe potuto durare a lungo, molto a lungo, forse troppo. Ovviamente non aveva tempo, non ne aveva mai avuto in realtà, ma se si fosse arreso, addirittura prima di provare a combattere, non avrebbe avuto neanche quelle briciole di speranza che sognava di avere.
L’odore pungente dell’erba bagnata dalla rugiada gli penetrava le narici, una volta quell’odore gli piaceva, ora invece gli venivano in mente spazi aperti e sconfinate praterie. Proprio il tipo di terreno prediletto dal nemico: libertà di movimento per distruggere facilmente qualsiasi cosa gli si fosse parata davanti.
Un altro appello alla nazione dal televisore richiamò Matteo dai suoi pensieri: il Presidente del Consiglio invitava la popolazione, con la faccia piú seria e grave potesse mostrare, a non uscire dalle proprie abitazioni, magari di scendere in cantina chi ne avesse avuta una e, soprattutto, di non lasciarsi ingannare dai ricordi e dalle sensazioni, ma di avvisare immediatamente le forze dell’ordine, Polizia o Esercito, al minimo sospetto. «Le cose si risolveranno», continuava a ripetere, come se avesse cercato di rassicurare sé stesso prima della nazione che stava avvisando.
Ridicolo! – pensò Matteo – Ormai è troppo tardi. Quando lo dicevo io era una cazzata. Ora tutti hanno paura. Peccato sia troppo tardi, stronzi! Troppo tardi per tutti quanti. – Si accese una sigaretta, una delle ultime, e iniziò a montare il fucile da cecchino che era riuscito a rimediare la settimana prima. Se solo avesse imparato a sparare e non si fosse solo limitato a rubarla, quell’arma… adesso doveva arrangiarsi: o imparava sul campo o moriva.
Dall’Aurelia si alzò un polverone immenso. Segno che la carica era già iniziata. Matteo, barricato in casa, sarebbe potuto passare inosservato per ora, ma in un secondo momento sarebbe sicuramente stato preso di mira. L’unica speranza, a questo punto, era quella di venire risparmiato il piú a lungo possibile: un assedio, impreparato com’era, gli sarebbe stato fatale.
Era rimasto solo in tutta la strada, i suoi familiari erano spariti il primo giorno, quello che i giornali avevano giustamente ribattezzato “Il giorno del grande zoccolo“. Tutti i suoi vicini si erano lasciati prendere dal panico e, nel tentativo di scappare erano sicuramente finiti macellati come già era accaduto ad un terzo dell’Italia, forse del mondo intero.
Meglio. – Continuò a rimuginare torturando la sigaretta tra i denti – La fine del mondo è piú tollerabile quando sei solo.
I latrati dei cani in lontananza annunciavano che la mandria stava dirigendosi verso di lui, non avrebbe dovuto subire un lungo ed estenuante assedio in cerca di una via d’uscita. Caricò il fucile, come aveva visto fare nei film, mise il treppiedi sul davanzale della finestra lentamente, per la paura di quello che avrebbe potuto vedere. Un enorme cavallo nero, alto piú di due metri correva nel suo mirino.
Mai stato fortunato, cazzo! – Urlò rabbioso. – Venite a prendermi, fottuti cavalli, vi sto aspettando! È una vita che aspetto questo momento!
La carica di milioni di cavalli copriva qualsiasi altro suono, i nitriti alti ed acuti avrebbero perforato i timpani di chiunque. Matteo sapeva che quella era la fine. Sapeva che non avrebbe potuto fare niente ma, almeno uno, voleva portarlo con sé. Chissà se i cavalli andavano all’inferno con gli uomini.
Sudando per la tensione e la paura, appoggiò il dito sul grilletto e finalmente fece fuoco. L’esplosione lo fece tremare, il colpò andò a vuoto. Aveva mancato il cavallo.
L’unico che avrebbe mai potuto colpire.


Questo racconto dedicato ad un mio amico, Matteo, trae l’ispirazione proprio da lui. Sono anni che cerca di avvisare i suoi amici dell’equide pericolo ma nessuno gli vuole dare retta. Resisti Matteo, noi sappiamo come sono veramente, anche Alidivelluto lo sa!

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About ysingrinus

Mi sono accorto che non avevo scritto niente qui e cosí ho deciso di scrivere qualcosa.
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75 Responses to La fine

  1. Zeus ha detto:

    C’è di che galoppare qua.

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  2. alidivelluto ha detto:

    Questa è una gran storia… Scritta divinamente (o equinamente). Lascio a te la scelta!

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  3. Liza ha detto:

    Spettacolare!Bravo Ysi!

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  4. Mattia De Padova ha detto:

    Che lo Zoccolo sia misericordioso!

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  5. ceciliagattullo ha detto:

    Eh, adoro come scrivi…..

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  6. fulvialuna1 ha detto:

    Cavalli a Roma….

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  7. Mi piace questa cosa di raccontare dai due punti di vista!

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  8. ivano f ha detto:

    Davvero stupefacente, quasi incredibile!

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  9. Presa Blu ha detto:

    A dir poco inquietante, ma molto ben scritto!

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  10. Terribile. Mi chiedo se un fucile da cecchino sia l’arma migliore per fronteggiare l’invasione equina, ma è comunque meglio di niente.

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  11. Cavallo, di Alfred Ysicock!
    Immagina la scena in cui gettano vagonate di uccelli in faccia all’attrice (detta così pare un porno!) e immaginala rifatta coi cavalli!
    Chissà che male…

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  12. le hérisson ha detto:

    due metri?????!?!?! E lo manca pure…! :-/

    Mi sono sentita preda di quei cavalli. Racconto metafora, suppongo ;)

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  13. domenicomortellaro ha detto:

    Descrivi, oltre a scrivere, coi controcazzi…
    Tutto ha un sapore, quando si legge da te!

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  14. Cose da V ha detto:

    Finalmente qualcuno che non parla bene dei cavalli. Intanto non ho mai capito perché nella realtà si facciano domare dall’essere umano, li facevo più intelligenti. Poi mi è capitato (per errore) di mangiare sfilacci di cavallo (capitati nel cous cous di una mensa aziendale) e non mi sono affatto piaciuti. Infine mi fanno paura, ma devo ammettere che sono belle creature. Comunque hai scritto molto bene, ho trovato il racconto scorrevole, ma magari per te essere scorrevole non è un complimento! (Per me lo è).

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Fhtagn

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