De Arte et eius Custodibus

È giunto il momento di scrivere questo articolo. Per quanto sono stato caricato e per quanto tempo è passato non sarà un buon articolo. Non sarà sicuramente come l’avevo pensato e quindi rimarrà in tema con il resto del blog.

Chi mi conosce bene sa, almeno in parte, di cosa voglio parlare e come voglio parlarne.

Che cos’è l’arte e cos’è un artista? Credo che la discriminante per l’arte non sia la bellezza quanto il fattore morale. Qual è la spinta per cui qualcuno produce qualcosa? Se la risposta a questa domanda è vivere, sopravvivere, arricchirsi, allora per quanto sia bello e pregevole il suo lavoro, questo non sarà mai arte. Se invece il motivo è una risposta ad un’esigenza non prettamente o direttamente materiale, bello o brutto che sia, lo stesso lavoro potrà essere definito arte. Quindi risiederebbe tutto nel “perché” e non nella semplice produzione o bellezza. Il ragazzo che studia uno strumento musicale esplorandone così il mondo, potrà essere definito un artista, così come quello che, affascinato da uno scrittore, prenderà la penna in mano (almeno metaforicamente nei tempi in cui viviamo) e proverà a scrivere qualcosa di suo, magari copiando, magari non inventando niente di nuovo. Con questo non voglio dire che chi fa i soldi è cattivo o che chi fa arte non deve vivere anche solo d’arte. Voglio dire che chi fa qualcosa di molto bello per fare i soldi è un abile artigiano e in questo non va vista nessuna accezione negativa, e chi invece fa qualcosa per un motivo diverso dalla fama, dal potere e dal denaro è un artista che per corollario potrà poi avere fama, potere e denaro, perché la comunità non vorrà veder sprecato il suo talento o per qualsiasi altro motivo. E come si fa a sapere se qualcuno fa qualcosa per denaro o per scopi più “elevati”? Non si può sapere ovviamente, solo il diretto interessato può saperlo, il diretto interessato e l’Arte.

Questo è uno dei due concetti di “custodi”, l’altro che per me ha un valore inferiore ed una valenza solo terrena è quello dei detentori dei diritti d’autore: i veri “custodi” dei nostri giorni a cui, sebbene potrei citare motti latini anglicizzati e no ma non lo farò, tutti noi dobbiamo inchinarci. Perché inchinarci? Perché addirittura i nostri pensieri non ci appartengono, o meglio invece che appartenere a tutti appartengono a pochi. Leggo un libro scrito da un’altra persona, una volta letto di chi è quel pensiero? Mio che l’ho elaborato o lui che l’ha scritto? Potrò condividere quel pensiero che tanto mi è piaciuto con qualcuno? Anche considerando il fatto che non sarebbe quello scritto originale (originale si fa per dire per i motivi che sto esponendo), ma rielaborato da me? Quando questa “tutela” dell’artista diventa invece un sopruso dell’editore e un meccanismo nemico dell’evoluzione umana?

Non continuo oltre sperando che i commenti possano portare sviluppi alla polemica, sviluppi inaspettati spero!

(In realtà ci sarebbe altro da dire, sui DRM per esempio, e sul fatto che mi sono fatto aiutare per il titolo del post perché non ero sicuro del mio latino)

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About ysingrinus

Mi sono accorto che non avevo scritto niente qui e cosí ho deciso di scrivere qualcosa.
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35 Responses to De Arte et eius Custodibus

  1. Marco Ferazzani ha detto:

    io credo che l’errore di base sia proprio pensare per categorie ed etichettare le cose. Certo detto così in quattro parole è un po’ un “affronto”, ma spero che il messaggio arrivi lo stesso.
    Per quanto riguarda i diritti d’autore, questi tutelano chi ne ha la proprietà intellettuale non nell’uso di terzi in modo aspecifico, quanto se quel terzo usa la sua idea a fini di lucro. Finché tu vuoi diffondere il mio pensiero, a me va bene, anzi mi aiuti anche perché mi fai pubblicità; ma se tu usi la mia idea, che è coperta da diritti d’autore, a scopo di lucro, mi devi pagare la licenza d’uso, altrimenti mi rifaccio su di te per vie legali.
    Di fatto, i Diritti d’autore sono un contratto, e non c’entrano nulla con la vera proprietà intellettuale. Infatti i diritti d’autore possono essere venduti a terzi, i quali in cambio di una cifra pattuita potranno beneficiare dei diritti d’autore appunto sull’idea/libro/qualsiasi cosa tutelabile.

    Giusto? Sbagliato? Ritorniamo all’inizio: pensare per categorie.

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    • ysingrinus ha detto:

      Puoi espandere e chiarire il concetto di pensare per categorie ché non lo sto capendo?

      Parlando invece dei diritti d’autore, cercando di approfondire sempre più l’argomento, in che modo se io faccio una cosa mia, riferendomi alla cosa tua, se ci guadagno sto ledendo la tua proprietà? Non sto intaccando la cosa tua, sto facendo un’altra cosa che anzi potrà, come dicevi tu prima, pubblicizzare la cosa tua. Per come è diventato il diritto d’autore, più che una tutela sembra quasi una forma di ripicca puerile: la palla è mia e ci gioco io!, quando invece la palla è diventata di tutti dato che ci hai bombardato tutti quanti con la tua palla. E infatti esiste anche il concetto di dominio pubblico (addirittura le persone celebri sembra non possano lamentarsi più di tanto se vengono fotografate anche quando cacano, e si potrebbe tornare all’articolo sul bidet), ma senza arrivare a questo, ripeto la domanda. Perché se tu fai x ed io dalla tua x faccio una y diversa dalla tua x ti devo dare qualcosa? Perché forse potevi fare tu quella y? Ma se non l’hai ancora fatta come puoi rivendicare la paternità di qualcosa che ancora non hai? E ancora, tutte le cose che sono fatte e studiate sono state fatte e studiate da altri prima, o meglio, sono derivazioni di altre cose fatte e studiate. Immagina che tu per studiare qualcosa di scientifico e magari anche di elaborare qualcosa di nuovo su quello che hai studiato dovessi aspettare 95 anni dalla deposizione di quel brevetto. Ti sembra una cosa sensata oppure no (in questo punto del discorso non sto ancora dicendo che vorrei fosse eliminato il diritto d’autore, sto chiedendo se secondo te è un sistema diventato assurdo con l’accavallarsi degli anni)?

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      • Marco Ferazzani ha detto:

        -Puoi espandere e chiarire il concetto di pensare per categorie ché non lo sto capendo?

        sempre in breve, ma un po’ meno breve di prima: arte, non arte sono tutte categorie “create” dall’uomo. Io sono molto più vicino al concetto di arte in quanto estetica, ossia sensazione. Esgerando potrei affermare quasi che tutto è arte. Poi c’è l’arte bella e l’arte brutta. Occhio: non buona o cattiva, che è un giudizio morale. Bella e brutta, che è un giudizio soggettivo. Bella o brutta che sia, non si può negare la sua “esistenza”, la sua realtà.

        -Parlando invece dei diritti d’autore, cercando di approfondire sempre più l’argomento, in che modo se io faccio una cosa mia, riferendomi alla cosa tua, se ci guadagno sto ledendo la tua proprietà? Non sto intaccando la cosa tua, sto facendo un’altra cosa che anzi potrà, come dicevi tu prima, pubblicizzare la cosa tua. Per come è diventato il diritto d’autore, più che una tutela sembra quasi una forma di ripicca puerile: la palla è mia e ci gioco io!, quando invece la palla è diventata di tutti dato che ci hai bombardato tutti quanti con la tua palla. E infatti esiste anche il concetto di dominio pubblico (addirittura le persone celebri sembra non possano lamentarsi più di tanto se vengono fotografate anche quando cacano, e si potrebbe tornare all’articolo sul bidet), ma senza arrivare a questo, ripeto la domanda.

        Siamo tutti dei bambini. E’ questo il punto.

        -Perché se tu fai x ed io dalla tua x faccio una y diversa dalla tua x ti devo dare qualcosa?

        Perché X non è una cosa che la trovi come tale in natura. X stessa è un prodotto di altre cose, magari naturali, magari puramente intellettuali. Quindi il processo produttivo, l’idea, come ti pare a te, è mia, ho pagato per registrarla perché ho intuito che potevo guadagnarci, e tu giustamente mi devi pagare. Poi se da X arrivi a Y, bene: puoi brevettarti questo passaggio, puoi comprarti anche il mio brevetto così lo rendi un processo unico, oppure lo “doni”. Ma da 0 a X è roba mia.

        -Ma se non l’hai ancora fatta come puoi rivendicare la paternità di qualcosa che ancora non hai?

        Credo che la risposta sopra sia valida anche per questa domanda.

        -E ancora, tutte le cose che sono fatte e studiate sono state fatte e studiate da altri prima, o meglio, sono derivazioni di altre cose fatte e studiate. Immagina che tu per studiare qualcosa di scientifico e magari anche di elaborare qualcosa di nuovo su quello che hai studiato dovessi aspettare 95 anni dalla deposizione di quel brevetto. Ti sembra una cosa sensata oppure no (in questo punto del discorso non sto ancora dicendo che vorrei fosse eliminato il diritto d’autore, sto chiedendo se secondo te è un sistema diventato assurdo con l’accavallarsi degli anni)?

        Posso immaginare quello che vuoi (nei limiti della mia intelligenza); certo se fosse come dici tu sarebbe una bella merda, detta in parole povere. Non è così comunque che funziona quindi non mi pongo neanche il problema.
        Un brevetto non implica che la cosa brevettata venga messa in un cassetto e via, tutt’altro. Ci sono determinate regole sui brevetti, ad esempio se dopo un tot anni che hai fatto la domanda non presenti il progetto fisico il brevetto decade.
        Non accadrà mai che un giorno qualcuno troverà che so, la cura per tutti i tumori, la fusione nucleare, o cose di tale importanza che semplicemente chiedendo il brevetto potranno essere tenute nel cassetto per tutto quel tempo.

        Come ogni cosa che riguarda l’uomo è ovvio e quasi banale a dirlo che potrebbe essere migliorato, su questo non ci piove. Ma da qui a dire che le cose siano diventate assurde secondo me ce ne vuole.

        Ci lamentiamo tanto di come sia diventato il mondo, di come le masse siano diventate vittima dei media… ci lamentiamo di vivere vite vuote.
        Andiamo a chiederlo al 98% della popolazione mondiale di qualche centinaio di anni fa quanto controllo avevano sulla loro vita.
        (un po’ OT quest’ultimo paragrafo; ma si voleva riallacciare anche a discorsi fatti in precedenza su altri post).

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        • ysingrinus ha detto:

          Anche io faccio distinzione tra arte bella e arte brutta e non in buona o cattiva. Però continuo a dire che l’arte non è dappertutto in partenza, però può diventarlo: io posso fare una cosa senza fare arte tu che la vedi la rielabori come arte. Io non ho fatto arte, tu hai fatto arte, dentro di te. In questo modo si può dire che tutti fanno arte, ma chi fa qualcosa non per esprimere qualcosa (e non sto prendendo in considerazione i «voglio più soldi», «voglio più notorietà», non fa arte, poi qualcuno la potrà trasformare in arte ma questo è un altro discorso che non metto in dubbio.

          Non credo che siamo tutti dei bambini. Credo ci siano dei bambini scemi e alcuni che siano tutt’altro che bambini scemi.

          Dimmi cosa succede se tu pensi la stessa cosa che penso io ma io sono nato prima, oppure sono stato più rapido di te a far valere la pensata. È ancora tua? Quando tu mi hai fatto sentire una canzone ed è nella mia testa e la canticchio io, è tua? La tua canzone non nasce dal contesto musicale in cui vivi? Allora non sarebbe tua. Così facendo tu ne fai solo una questione di anni: posso usare Mozart per fare qualcosa di mio ma non Bowie perché Bowie è troppo recente anche se influenza la mia cultura come e più di Mozart magari. Sulla X che tu dici tua non puoi richiedere più diritti di quanti io potrei dalla Y che è venuta dalla tua X né tantomeno potrei fare io. Ripeto la tua X è scaturita da qualcosa che già esisteva, perché lo 0 non esiste.

          In ambito artistico funziona abbastanza così invece, e tu concordi che se fosse così in ambito scientifico sarebbe una bella merda. Quindi in ambito artistico è una bella merda.

          Le cose sono diventate assurde in quanto prima si potevano usare le cose pensate da altri in tempi ragionevoli e far crescere così cose più belle ed adesso no. Tu dici ti compri i diritti per fare quello che vuoi, ma potrei magari comprarli se potessi fare quello che voglio. Assurdo.

          Sto leggendo un libro sull’antico Egitto. Secondo l’autrice del libro, da circa 6000 anni fa ad oggi sembra che il controllo della propria vita sia molto diminuito.
          Per quel che riguarda i media c’è ancora molto da dire e sebbene il singolo difficilmente si possa dire vittima dei media, la massa è vittima dei media.

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  2. Marco Ferazzani ha detto:

    Tanto tempo fa qualcuno ha recintato un pezzo di terra, ed è nata la proprietà privata, e la civiltà. lo dico grazie a quel tizio. Tu probabilmente no. Sono punti di vista.

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  3. sysifo ha detto:

    Caro Ysingrinus,
    mi volgo finalmente a dir la mia sui delicati temi quivi affrontati. Distinguerò, per chiarezza espositiva, la questione dell’arte dalla questione sui diritti d’autore, distribuendole in due commenti distinti.

    1) Sai bene quale sia la mia idea sull’arte, ma qui la riassumerò a beneficio del dibattito. Da bravo studente, vorrei partire dalla schietta prosa di due noti dizionari. Alla voce “arte”, il dizionario Treccani (versione on-line) recita: “Nell’ambito delle cosiddette teorie del bello o dell’estetica, si tende a dare al termine arte un sign. privilegiato, vario secondo le diverse epoche e i diversi orientamenti critici, per indicare un particolare prodotto culturale, comunem. classificato come pittura, scultura, architettura, musica, poesia, ecc.”. “Prodotto culturale”, dunque. Seguitiamo con il Devoto-Oli: “arte” è, secondo il noto duo, “qualsiasi forma di attività dell’uomo come riprova o esaltazione del suo talento inventivo e della sua capacità espressiva”. “Esaltazione” di un qualcosa di interiore, insomma.
    Le due definizioni, pur diverse e in un certo senso incomplete (direi complementari), concordano su un punto: l’arte è un qualcosa di oggettivo, che ha a che fare con l’impalpabile sfera della rappresentazione, della comunicazione, dell’estetica. È chiaro che la scintilla è soggettiva – perché l’oggetto dell’arte è il soggetto – ma il veicolo, la sostanza dell’attività e del prodotto è oggettivamente apprezzabile. L’arte è una peculiare oggettivazione di un impulso soggettivo. Personalmente concordo in pieno con questa visione.

    Tutto sta ovviamente nel cercare di capire cosa sia questo oggettivo, e dunque quanto sia vasto il perimetro del concetto. Io dico la mia e cerco di argomentare: secondo me arte è ogni attività materiale o intellettuale che manipola o considera elementi della realtà in un’ottica (solo o anche) non-funzionale.
    L’arte (e quindi l’artistico) è dunque un concetto “oggettivo” e “relativo”: “oggettivo”, perché sintetizza i caratteri oggettivi dell’attività e del prodotto, e non gli intenti dell’artista o i gusti del fruitore; “relativo”, perché è un qualcosa che può anche non esaurire l’essenza dell’attività o del prodotto. È arte ciò che, visto in una certa prospettiva, ha determinati caratteri obiettivi. Di seguito mi spiegherò meglio.
    Il succo del concetto sta in questo “non-funzionale” che dicevo. Che significa? Significa che il prodotto artistico è tale, alla fin fine, perché non ha una funzione, perché non “serve”, non si lascia apprezzare perché rende possibile una certa azione o rende più comoda una certa situazione. Ha un’altra funzione, appunto una non-funzione, che è quella in senso lato “culturale/estetica”, che a breve spiegherò.
    Questa cosa della non-funzione è più chiara se, con l’aiuto di qualche esempio, la si mette in connessione con il carattere “relativo” della definizione di arte. L’esempio più efficace è quello dell’edificio. L’edificio è costruito anzitutto per soddisfare alcuni precisi bisogni, in primo luogo abitativi. Tutti (o quasi) i caratteri di un edificio sono logicamente funzionali, perché rispondono a determinate esigenze in modo più o meno articolato (es. la pluralità di piani serve a far stare dentro più persone; l’ascensore e le scale servono a farle muovere in verticale; le finestre servono come punti di luce e di aria, etc.). In tale prospettiva, l’edificio non è certo arte. Ma alcuni caratteri dell’edificio non hanno “funzioni” in tal senso: il colore ad esempio può non averne; la presenza di aiuole può non averne etc. E c’è di più: gli stessi elementi “funzionali” sopra elencati possono avere anche non-funzioni, e quindi essere artisticamente rilevanti (ad es. le forme e i colori delle scale, delle finestre etc.). Quindi un edificio può essere arte e non arte allo stesso tempo, a seconda della funzione (o non-funzione) privilegiata dall’osservatore. Funzione (o non-funzione) che esiste, è oggettivamente suscettibile di accertamento.
    Ma cosa è in concreto questa non-funzione? Non-funzione è, secondo me, l’attitudine del prodotto a determinare reazioni (o effetti) che potremmo definire estetici/culturali, e che possiamo spiegare approssimativamente così: speculazione del fruitore sul sé o sul rapporto tra sé ed il mondo, per mezzo della rappresentazione e della contemplazione. Torniamo all’edificio: la finestra serve a dare aria e luce, e in ciò non è arte; ma ha una forma particolare, magari colori particolari, e questo evoca nel fruitore sensazioni che esulano dal giudizio di funzionalità, e che danno luogo al giudizio estetico, ad una introflessione che è culturale e dunque artistica. Si noti: se così è, allora non è vero che “tecnica=concreto” e “arte=astratto/pippa mentale”. Perché una finestra non è mai “finestra”, è sempre “QUELLA finestra”, quindi ad es. una bifora, un oblò, una vetrata colorata etc. L’arte è molto più oggettiva e concreta della “funzione” ingegneristica.

    Ricapitoliamo: arte/artistico è dunque non-funzione, di carattere oggettivo e relativo. Andiamo oltre. Quali sono gli elementi imprenscindibili dell’arte? Tu, Ysingrinus, dai molto peso all’elemento soggettivo: il lucro esclude l’arte, la derubrica ad artigianato. Io credo che imprescindibili siano solo tre elementi: a) la non-funzione; b) la mediazione dell’attività/prodotto umano (ad es.: le stalattiti non sono arte: è arte la foto alla stalattite, o una prosa sulla stalattite. La stalattite in sé è paesaggio da contemplare, che è l’anticamera dell’arte, ma non è arte in senso obiettivo); c) la fruizione (che può anche essere auto-fruizione: ad es. il ragazzetto che suona la chitarra in camera sua).
    Cosa invece non conta? Anzitutto non conta la tecnica. L’arte non è necessariamente studio, ricerca, tecnica. Tutto ciò può essere prodromo meritorio e rendere l’arte più consapevole, versatile e potente, ma non ne delimita l’essenza (al più ne affina i mezzi). Un’arte atecnica può essere arte criticabile, ma è arte. I graffiti rupestri d’altronde erano arte, come arte è il primo scarabocchio di un bimbo di 2 anni. E questo è indubbio, credo.
    Non contano poi gli scopi. Primo, perché anche in assenza di scopi artistici dell’autore una cosa può avere non-funzione ed essere arte, ad esempio perché riconosciuta come tale dall’osservatore (d’altronde, una foto ad un paesaggio è obiettivamente non-funzione, a meno di non affermare che il paesaggio sia stato “creato” da Dio con scopi artistici). Secondo, perché anche in presenza di scopi di lucro la non-funzione non viene intaccata. Voler fare soldi non rende l’arte semplice “artigianato”. Questa osservazione cela in realtà un giudizio etico/di valore, che è legittimo, ma tale rimane. A parte il fatto che l’artigianato è sempre (anche) arte, il punto è semplice: se una cosa fa soldi vuol dire che è popolare, che piace. Significa che un vasto pubblico si sente appagato da un certo prodotto non-funzionale (perché si identifica, perché scarica impulsi negativi, perché condivide quella visione di mondo etc.). Semmai, si può discutere se e quanto quel pubblico sia educato alla fruizione, ma educazione è concetto storico, e comunque ci riporta al giudizio di valore. Il cinepanettone insomma è arte, ma è arte becera: il suo successo di popolo non fa che confermare il suo carattere obiettivamente non-funzionale.

    Ricapitoliamo un’ultima volta, poi concludo. Arte=non-funzione, in senso oggettivo e relativo. Servono solo una mediazione umana e una fruizione, oltre alla non-funzione. Non rilevano gli scopi, non rileva la preparazione tecnica dell’autore.
    Conclusioni? Beh, in certa misura devastanti. TUTTO PUO’ ESSERE ARTE. Tutto! Si comprende così la tanto vituperata arte contemporanea, che ha in realtà avuto il pregio di smantellare artificiosi dogmi e di chiarire plasticamente che arte è solo non-funzione (le ruote e i cessi di Duchamp; il barattolo di merda d’artista di Manzoni; la tela tagliata di Fontana etc.). Ma si può andare oltre: piaccia o no, anche la violenza può avere obiettivamente dell’artistico (a me non piace, ma va detto che alcuni assassini seriali, sotto un certo profilo, non hanno fatto altro che arte penalmente illecita e moralmente riprovevole. Il personaggio del Joker, almeno nella versione di Tim Burton, incarna proprio questa arte malata); il sesso ed il cibo, idem. Nemmeno operazioni apparentemente solo tecniche scappano: un libro-inchiesta; un servizio tele-giornalistico (immagini di repertorio: in virtù di cosa vengono selezionate? E con che ritmo vengono montate?); un software di scrittura; lo sport. Insomma ogni attività può essere non-funzione. Questa consapevolezza è consacrata da una considerazione molto banale: se guardo una strada trafficata o un bidone della monnezza o una pozzanghera posso anche non vedere arte, ma se fotografo il tutto quelle stesse immagini in soggettiva diventano prodotto artistico. Le posso esporre, con successo variabile ovviamente. La conferma paradigmatica che tutto può essere (anche) arte.

    Concludo con un ultimo pensiero. Io credo che una concezione oggettiva dell’arte, oltre ad essere più corretta, sia anche la più giusta, la più utile, cioè, al miglioramento dell’essere umano. Questo per due ragioni: una in negativo, ossia che una concezione oggettiva tutela l’arte in ogni sua forma e ideologia, sottraendo il giudizio su “cosa sia arte” ad autorità più o meno malevole (ad es. un ipotetico Minculpop che volesse censurare una certa produzione artistica non potrebbe trincerarsi dietro argomenti ontologici, del tipo “quella non è arte”, ma sarebbe costretto a dire “quell’arte non mi piace”, il che è comunque preferibile); una in positivo, ossia che la concezione oggettiva rieduca alla responsabilità delle opinioni ed alla centralità delle scelte di valore: troppo facile criticare un prodotto negandogli legittimità ontologica (“quella non è arte”); assai più difficile, sotto il profilo della responsabilità, riconoscere il conflitto tra concezioni diverse di mondo e prendervi parte, con l’inevitabile partigianeria.

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    • ysingrinus ha detto:

      Prima di tutto ti invito a riflettere sui nomi dei vocabolari che hai proposto. Dopodiché vorrei farti notare l’esaltazione del Devoto-Oli e il tuo concetto di “non-funzione”. Se io faccio qualcosa per lo scopo di essere famoso, anche se la cosa è perfettamente inutile di per sé, allora non è non-funzione, è funzione. L’arte moderna e contemporanea ha sì smontato antichi paradigmi, non per forza sbagliati, ma ha anche spostato il punto di vista. Devi quindi analizzare la funzionalità di un “prodotto artistico” anche dall’impatto mediatico. Questa è la “moralità” di cui parlo io. Una cosa non è non artistica solo perché ci fai i soldi, non lo è se tu ci fai i soldi e l’hai fatta solo per fare i soldi (per rimanere nell’esempio pecuniario), ovvero se quello che hai fatto non è stata un’esaltazione dell’animo umano, ma solo una riproduzione di un meccanismo funzionante.
      Conchiudo dicendo che ho usato il termine “artigiano” in maniera impropria, solo per fare la differenza tra i due prodotti finali, senza sminuire l’uno o l’altro e che nel mio discorso non potrebbe esistere un “minculpop” perché il finto artista solamente può sapere che è finto artista. Lui e lo spirito dell’Arte!

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      • sysifo ha detto:

        Caro Ysingrinus, mi duole farti notare (al cospetto del tuo rispettab. pvbblico) che confondi la “funzione” con lo “scopo/motivo”. Concetti che le scienze umane e sociali ci hanno insegnato (a torto o a ragione, certo) a tenere distinti, perché uno attiene ai caratteri oggettivi di un atto e l’altro alle finalità intime di chi lo compie.
        Lo scopo di diventare molto famoso non infirma la non-funzione dell’attività e del prodotto artistico: anche la peggiore canzone pop, scritta a tavolino dai più infimi ed infingardi autori-produttori, non può non avere carattere artistico, perché per vendere deve essere non-funzione (se hai compreso cosa intendo per funzione e non-funzione). Chi lo decide, insomma, che un certo prodotto vende? perché accade? Chi vuole vendere, in realtà, non fa altro che inserirsi in un certo oliato binario culturale. E quindi è apodittico (come credo di aver dimostrato) equiparare “meccanismo funzionante” a “non-arte”. Perché anche il meccanismo economicamente funzionante può piacere per quel che culturalmente/esteticamente esprime, e questo è sufficiente. Altra cosa sarà il giudizio personale ed etico, che nel tuo e nel mio caso sarà perlopiù negativo.
        Ti farò un altro esempio abbastanza esplicito. Gran parte della musica tamarra viene usata in palestra per i corsi a corpo libero, perché molto ritmata. Apparentemente qui c’è una funzione vera e propria (e può darsi in effetti ci sia). Ma la scelta di quali brani mettere non è mai neutra, mai. Dipende da effetti “altri”, da effetti che il prodotto produce rimbalzando contro i gusti e la cultura dell’istruttore. Quindi c’è della non-funzione artistica anche qui.
        Inoltre: abbiamo già detto che ci sono opere artistiche fatte senza alcuna consapevolezza, cioè senza alcun esplicito tributo all’animo umano o simili (il servizio tele-giornalistico, la foto sul libro scientifico etc.), o con esplicito tributo al portafoglio (il caricaturista a piazza Navona non fa arte?) o peggio, con tributo a varie forme di male in terra (forse che i monumenti sovietici o nazisti non sono arte, sol perché moralmente riprovevoli? se l’esclusivo fine di lucro annulla l’arte, perché non dovrebbe annullarla anche il fine di uccidere, come quello di certi fantasiosi serial-killer?)

        L’impatto mediatico, poi, è cultura. Fa ed è cultura. La sua rilevanza nella nostra vita attuale è un accidente della nostra cultura. Quindi la rilevanza mediatica nel giudizio su un certo prodotto non ne esclude il carattere artistico. Semmai, potrà fondare un giudizio morale sul prodotto e sull’impatto mediatico: anche qui, occorre prendere atto che siamo noi ad avere certi gusti (come tutti), non gli altri a non averne alcuno.
        E poi: l’arte contemporanea non ha in realtà delegittimato l’arte precedente. I paradigmi sono stati negati non per infangare gli antichi, ma per allargare il perimetro ai nuovi. Oggi se ti va puoi continuare a fare scultura; devi semplicemente accettare la concorrenza di chi quella scultura la fa assemblando barattoli di tonno.

        Quindi ribadisco: secondo me non bisogna confondere il cosa sia arte con il cosa sia arte eticamente o soggettivamente accettabile. E’ vero che quando ho detto Minculpop mi riferivo perlopiù ad altre opinioni, ma anche la tua visione in parte vi è connessa: proprio perché nessuno sa se davvero un soggetto agisce per esaltazione dell’animo umano o per soldi, l’accusa può essergli rivolta da chiunque. Il problema è che se questo chiunque è forte e autoritario, non avrà bisogno di portare prove. E potrà trincerarsi dietro l’argomento ontologico, senza neanche sporcarsi le mani: “quella non è arte”. Ma vabbè, lasciamo stare il Minculpop, perché entreremmo in un vortice inutile e stucchevole.

        Una precisazione conclusiva: sottolineo nuovamente che quando dico non-funzione non dico semplicemente “inutile”. In un certo senso l’arte è pure utile, perché serve a star bene con l’anima. Questo utile però si raccorda alla “funzione” espressiva/culturale/estetica, la quale – se si prende come termine di raffronto la “funzione” tecnicamente intesa (v. esempi nel mio primo commento: “la porta serve a far comunicare gli ambienti”; “l’aereo serve a trasportare velocemente cose e persone”) è in realtà non-funzione.

        p.s. oggi i Righeria sono considerati, nel bene e nel male, quasi la sintesi di un’epoca. “Vamos a la playa”, con quel testo straniante post-atomico e quelle voci spersonalizzate, è il bignami degli anni ’80, e dunque viene giustamente trattato come arte (con tutti i persistenti distinguo). L’ascolto del brano è oggi un’occasione culturale/estetica quasi indubbia, se non altro perché ha interesse storico. Eppure i Righeira hanno fatto canzoni infime, quasi tutte uguali, commercialissime, ed erano considerati merda dall’élite culturale dell’epoca (ed in parte anche ora). Ora io dico: cos’è cambiato, a parte lo scorrere del tempo? Niente. Semplicemente, ci è stato difficile accettare che i Righeira fossero GIA’ arte, perché già all’epoca sintetizzavano sotto sotto lo spirito estetico/culturale dei tempi, ed infatti vendevano un casino.

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        • ysingrinus ha detto:

          Quindi secondo te l’arte è oggettiva ma soggettiva al tempo stesso? Qualsiasi cosa, funzionale o meno che sia è arte, però lo diventa se tu riesci a vedercela. E se nessuno vedesse l’arte in quella qualsiasi cosa, allora sarebbe arte brutta o non arte? Perché ci tieni tanto a dire che qualsiasi azione sia arte (tra parentesi tu hai deciso che una telecronaca sia arte io ancora ci devo riflettere sopra)? E quando un computer gioca a scacchi (faccio quest’esempio perché più alla portata di tutti), la partita che sta giocando è arte? Quindi anche chi non prova sentimenti può fare arte? In tal caso non ci sarebbe nessuna elevazione dello spirito umano tanto cara al Devoto-Oli.

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      • sysifo ha detto:

        premessa: non so in che ordine apparirà questo commento, perché non ho trovato il tasto “risposta” sotto il tuo ultimo intervento.

        Rispondo alle tue domande:
        -“Quindi secondo te l’arte è oggettiva ma soggettiva al tempo stesso? Qualsiasi cosa, funzionale o meno che sia è arte, però lo diventa se tu riesci a vedercela. E se nessuno vedesse l’arte in quella qualsiasi cosa, allora sarebbe arte brutta o non arte?”

        No, non è questo che intendo. L’esistenza della non-funzione non dipende dall’eventualità che l’osservatore la veda o meno. Questa eventualità potrà al più riguardare il singolo osservatore, che, se è stimolato culturalmente/esteticamente, a quel punto formulerà il suo giudizio: mi piace/non mi piace; e se non è stimolato, non formulerà alcon giudizio, nemmeno implicitamente. Tu confondi la soggettività con la RELATIVITA’ (v. sopra), che è un predicato oggettivo. Ti faccio un esempio per farti capire. Tuo padre è, per l’appunto, tuo padre. Ma è anche un figlio, il figlio di tuo nonno. Questa ambivalenza dipende forse dall’osservatore? No, semmai dalla “prospettiva”: dipende dalla relatività del concetto di “parentela”. Certo, è necessario che tu ti “soffermi” volontariamente sull’una o sull’altra qualifica, ma non è molto diverso tra guardare una cosa davanti a sé e guardare una cosa dietro di sé. Tuo padre è INSIEME un padre e un figlio, e le due qualificazioni non sono incompatibili. L’edificio è INSIEME funzione (abitativa) e non-funzione (artistica). La seconda può anche non essere considerata dall’osservatore, ma la relatività (ambivalenza potenziale) dell’oggetto non per questo sparisce. Chi la vedrà potrà goderne o dolersene, tutto qui.
        Quel che dici tu può essere vero se, in generale, aderisci alla visione filosofica che dice che nulla è reale perché tutto è solo come sembra agli occhi dell’osservatore. Relatività e soggettività a quel punto sono uguali. Questa teoria mi piace molto, ma è appunto generale e non riguarda solo l’arte. E’ chiaro che se aderiamo a questa visione generale tutto salta, ma proprio tutto tutto.

        -“Perché ci tieni tanto a dire che qualsiasi azione sia arte (tra parentesi tu hai deciso che una telecronaca sia arte io ancora ci devo riflettere sopra)?”
        Non è che ci tengo, è che mi sembra più corretto. Però ci tengo anche un po’, in effetti perché oltre a sembrarmi corretto mi sembra anche giusto, come ho detto prima. Io credo che qualsiasi azione possa essere arte perché qualsiasi azione (o facciamo la maggior parte.. è che non mi vengono in mente azioni per cui possa dirsi il contrario) ha in sé anche un potenziale non-funzionale, estetico/culturale.
        Il servizio telegiornalistico è arte perché, oltre alla (ben magra) funzione di veicolare un’informazione, ha una portata estetico/culturale evidente: stile della voce, ritmo, montaggio delle immagini, scelta delle immagini di repertorio, stile di eventuali tabelle riepilogative etc. E’ un piccolo documentario, non c’è tanta differenza. E’ una mia opinione, hai tutto il diritto di pensarci quanto vuoi! :)

        -“E quando un computer gioca a scacchi (faccio quest’esempio perché più alla portata di tutti), la partita che sta giocando è arte?Quindi anche chi non prova sentimenti può fare arte? In tal caso non ci sarebbe nessuna elevazione dello spirito umano tanto cara al Devoto-Oli”.

        Questa è una domanda suggestiva. Ma evochi un falso problema, ed ecco perché. L’attività del computer (meglio: del software) è programmata dall’uomo (che è l’artista): il software stesso è un prodotto. Il computer non prova sentimenti (come non li prova uno scoglio affiorante dal mare), ma può essere fulcro di arte (proprio come lo scoglio). Il computer non è un “chi”, non “fa” arte: il software del gioco degli scacchi E’ arte, ed è arte interattiva perché consente la partecipazione dell’uomo. Il giocatore umano usa il computer ed il software per dar luogo a situazioni ludiche, che hanno anche valenza artistica. Dunque il problema che evidenzi non c’è, perché non c’è in ballo alcun “artista privo di emozioni”.
        D’altronde, abbiamo detto che la mediazione umana è un elemento essenziale dell’arte (la stalattite non è/non fa arte; la foto alla stalattite sì). Qui la mediazione umana c’è ed è duplice (programmatore del software + giocatore). Quand’anche inventassero un robot in grado di dipingere o di creare opere d’arte sempre diverse, la mediazione umana non sparirebbe comunque.

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        • ysingrinus ha detto:

          Rapidamente rispondo ad una parte: in effetti è difficile rispondere con il tasto “rispondi”, io lo faccio dalla gestione del blog istesso.
          Sulla domanda del primo punto tu mi hai risposto sulla funzionalità. Io parlavo di vedere l’arte, cioè di avere gli strumenti adatti per poter andare alla seconda parte della tua risposta: qualora io non avessi gli strumenti per capire quell’arte? O per formularla?
          Credo di voler fare saltare tutto tutto…

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        • ysingrinus ha detto:

          Cerco di risponderere ulteriormente con un esempio musicale: io comincio a studiare uno strumento, di cui non so assolutamente nulla. Il mio insegnante mi dice di fare qualcosa ed io cerco di fare quella cosa che mi ha detto di fare, senza però sapere che cosa sto facendo, esce naturalmente un suono, quel suono uscito è arte ed io sono artista?

          Sulle intelligenze artificiali preferisco soprassedere adesso, era solo per suggerire suggestioni, perché poi si dovrebbe parlare di sentimento e pensiero e ci allontaneremmo troppo dall’argomento.

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      • sysifo ha detto:

        -“Io parlavo di vedere l’arte, cioè di avere gli strumenti adatti per poter andare alla seconda parte della tua risposta: qualora io non avessi gli strumenti per capire quell’arte? O per formularla?”

        Non capisco cosa intendi per “formularla”. Temo di non capire bene nemmeno la prima domanda, o meglio, pensavo di aver risposto, ma provo a spostare un po’ il baricentro della questione per vedere se accidentalmente riesco a risponderti davvero.
        Tu dici “strumenti per capire l’arte”. Io sinceramente non credo servano “strumenti per capire l’arte”: l’arte la si subisce e basta, la si apprezza o la si disprezza per quel che ci comunica. Penso ovviamente che più uno sa – più uno cioè è colto ed è avvezzo alla fruizione di tante cose diverse – più può riflettere approfonditamente su ogni fruizione; inoltre, a maggiore bagaglio culturale corrisponde di solito una maggiore consapevolezza del meccanismo di fruizione, nel senso che si subiscono gli effetti della non-funzione con maggiore contezza di quello che avviene dentro di sé; però non si tratta di “capire l’arte”. Insomma: gli “strumenti per capire l’arte” sono più che altro gli strumenti “per guardarsi da fuori mentre si è al cospetto del prodotto non-funzionale”. E’ autocoscienza. In assenza di questi strumenti, semplicemente si ha un rapporto più o meno superficiale/consapevole col prodotto, si è come cavie in un laboratorio, ma questo non intacca il meccanismo che fa di quel prodotto un prodotto (relativamente) artistico.
        Esempio per chiarire: se una vecchietta con la terza media la metti davanti a un quadro di Fontana, o le fai ascoltare il free jazz, ella probabilmente reagirà con fastidio o comunque indifferenza, e quasi sicuramente dirà “quella non è arte, è un taglio in una tela/è solo rumore”. Oppure può dire “non mi dice niente”, e può pensare che quel niente certifichi la nullità anche del carattere artistico. E’ chiaro che la difficoltà della vecchietta sta in un deficit di conoscenza: ma questo deficit non è il “non sapere chi è Fontana/cos’è il free jazz” (io conosco entrambi ed entrambi non mi piacciono), piuttosto è il “non sapere che lo schifo che si prova è una reazione di repulsione estetico/culturale”. E’ evidente che tra la vecchietta e Fontana c’è una incompatibilità estetico/culturale insopprimibile. Se avesse studiato magari non cambierebbe giudizio, ma tributerebbe solo un po’ più di rispetto all’artista. Lo riconoscerebbe come artista e direbbe “questa roba non fa per me”. Forse. Ma niente di più.
        Certo, può capitare anche che la vecchietta, studiando, arrivi persino ad apprezzare Fontana. Ma non è che lo studio in sé (gli “strumenti”) abbia trasformato un taglio in una tela in arte: è che lo studio ha affinato in generale l’autocoscienza della signora, la quale, per cazzi suoi, osservandosi meglio ha ottenuto vibrazioni positive dalla vista di quel taglio.

        -” Il mio insegnante mi dice di fare qualcosa ed io cerco di fare quella cosa che mi ha detto di fare, senza però sapere che cosa sto facendo, esce naturalmente un suono, quel suono uscito è arte ed io sono artista?”

        A questa ti rispondo domani perché sto crepando di sonno..
        Nel frattempo ti chiedo di spiegarti meglio: perché non dovrebbe essere arte? perché non è volontaria? o perché è un solo suono? o perché è tecnicamente un errore?

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        • ysingrinus ha detto:

          “Formulare” nel senso di farla.
          Tu dici che ogni gesto, anche il più naturale e meccanico implica sempre un qualche motivo interno, artistico. Se non c’è questa consapevolezza (per questo l’uso di uno strumento che non conosco per evitare l’esempio della foto alla finestra che sebbene fatta per provare la macchina fotografica, prevede un gusto anche involontario ed artistico) ed in più è un’azione involontaria è ancora arte?

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      • sysifo ha detto:

        Non ho mai parlato di motivi, ma di funzione e non-funzione! e più sopra ho cercato di spiegare perché il motivo non è la funzione e perché vanno dunque tenuti distinti. Per me i motivi sono irrilevanti (altrimenti ti avrei dato ragione fin da subito!).

        Per la risposta completa al tuo esempio dovrai attendere un altro po’ perché ora sono in pausa tra una cosa e l’altra.

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      • sysifo ha detto:

        Eccomi. Dunque dicevi: il caso del “suono” emesso per sbaglio da chi cerca di suonare davanti a un istruttore.
        Considerazioni sparse:
        1) la “non volontarietà” non conta. A parte tutto quello che abbiamo già detto, basta tenere a mento l’illustre esempio di Sweet Dreams degli Eurythmics. La canzone (notissima) non è nient’altro che il frutto di un imbarazzante errore materiale del gruppo. Annie Lennox e soci avevano appena inciso un motivetto dance che non li entusiasmava per niente; erano lì in studio che lo ascoltavano e riascoltavano da ore, quando improvvisamente il nastro viene erroneamente fatto partire al contrario (da un tencico o forse dal tastierista, non ricordo). Dalle casse esce fuori la base di Sweet Dreams. Era certamente arte, ed era involontaria;

        2) si fa arte coi rumori (che fisicamente sono diversi dalle note, come sai), figuriamoci con le “note steccate” o con le note non volute. L’equazione rumore = non arte non regge, qualora tu la volessi evocare (ma in effetti non ne sono sicuro, metto io le mani avanti);

        3) l’esempio che fai è comunque molto interessante, ma più che altro perché mette in luce il rapporto problematico tra arte e tecnica. Senza farla troppo lunga, il punto è questo: chi produce un “suono” con uno strumento musicale, un suono che però è un “aborto”, un tentativo di nota riuscito male, fa musica? oppure ha solo sbagliato qualcosa? Ora, partendo dal presupposto che anche chi suona male comunque suona, bisognerebbe idealmente retrocedere fino a trovare quel “punto di non ritorno” passato il quale, in presenza di uno che “suona male”, si debba cominicare a parlare non più di “arte” ma di “non arte”. Io però credo che un’operazione del genere sia altamente opinabile: anche perché lo stesso strumento, pur avendo una sua fisicità, non ha vere e proprie “regole” ontologiche: posso anche suonare una chitarra come una percussione, non per questo non sto facendo arte. Quindi posso anche produrre del “rumore” tentando di suonare una chitarra, non è questo che “dequalifica” ontologicamente quello che sto facendo.

        4) (segue) Inoltre: quanto la tecnica – come l’arte, del resto – è davvero slegata da convenzioni e barriere culturali? assai poco, io credo. Certo, è molto persuasiva l’immagine di un maestro di chitarra che dice al suo allievo: “no, stai sbagliando”. E’ come se il fruitore rifiutasse il prodotto, e di più, è come se anche il produttore sapesse che in effetti sta violando un qualche limite pre-pattuito. E però, se il “patto tecnico” è appunto un patto, ed è influenzato dalla cultura dominante, come si fa a ritenere che questo possa annullare ontologicamente la non-funzione? Detto altrimenti: quanto, davvero, il maestro che ti dice “no, così non ti esce bene la nota” è diverso dall’ascoltatore che ti fa “quel che stai facendo non mi piace?”

        * * *

        Penso di aver detto veramente tutto quello che penso sull’argomento.
        Ti do atto comunque che il problema della necessaria volontarietà o meno dell’atto artistico meriterebbe qualche riflessione in più. Non penso che alla fin fine cambierebbe molto le cose, ma di certo è un aspetto interessante.

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        • ysingrinus ha detto:

          Ovviamente conosco differenza tra nota e rumore e non ritengo il rumore privo d’arte a presciendere, so che hai solo voluto mettere le mani in avanti per un eccesso di zelo.

          Ma mentre sono d’accordo con te sugli esempi del maestro che corregge e sulla tecnica, voglio invece soffermarmi sul tuo primo esempio, perfettamente calzante a mio dire.
          Se non ci fosse stata la sensibilità degli artisti, di fronte all’errore, quella non sarebbe diventata arte, sarebbe stata dimenticata dagli artisti stessi se non come racconto delle cose orripilanti che possono accadere in sala di registrazione (il riavvolgimento involontario di un nastro). Se non c’è nessuno a rilevare l’arte, è difficile dire che c’è effettivamente arte. Se c’è sempre necessità di mediazione umana qualora mancasse quella mediazione, crollerebbe tutto: io faccio una qualsiasi cosa, quella cosa l’ho fatta perché in qualche modo la sentivo, ma se non avessi sentito quella cosa o non me ne fossi reso conto? E la stessa cosa per chi volesse usufruire di quella mia cosa.
          Ho lasciato da parte, nelle ultime domande, l’opzione “non avessi voluto sentire” per non calcare la mano sulla volontarietà.

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  4. sysifo ha detto:

    2)
    Sulla questione del diritto d’autore devo anzitutto dire di saperne molto meno di voi. Mi limito dunque a fare questa breve considerazione: contando che la tematica della proprietà intellettuale è vecchia (si parla addirittura dell’antica Grecia), una buona idea potrebbe essere quella di informarsi circa l’evoluzione del concetto, comparando in particolare il principio della “tutela della paternità dell’opera” con quella dello “sfruttamento economico esclusivo”. Detto altrimenti: cosa intendevano tutelare i greci e cosa intendiamo tutelare noi oggi? E perché? “cui prodest”?

    Dico questo perché, ragionandoci, ho notato di essere molto favorevole alla “tutela della paternità dell’opera” ma non necessariamente favorevole al(le implicazioni più estreme del)lo “sfruttamento economico esclusivo”. Cioè: nel mio sistema di valori, quel che conta è che la fruizione di un’opera artistica o scientifica sia remunerata (ad es., reputo immorale che un regista utilizzi una colonna sonora di un certo musicista senza pagarlo, o che una persona ascolti una canzone o veda un film senza che in qualche modo l’artista abbia guadagnato qualcosa) e che nessuno si attribuisca la paternità dell’opera altrui (ad es., reputo immorale che io domani faccia i soldi copiando interamente una canzone di un altro senza dichiarare che è una cover). Trovo invece più difficoltà a capire se sia giusto o no che una mia idea, per il sol fatto che l’ho avuta io, non possa essere utilizzata gratis da altri per un’ulteriore e conseguente attività produttiva. Cioè in astratto penso sia giusto, ma se in concreto mi figuro qualche esempio lo trovo sempre eccessivamente liberticida e involutivo.

    Comunque credo che il Ferrazzani, sia pure in modo lapidario, abbia colto in pieno il “busillis”: qua si tratta di fare una scelta tra tutela del proprietario e tutela del progresso collettivo. Se si decide (come si è deciso) di tutelare di più il proprietario, mi pare arduo poi riuscire a formulare accettabili distinguo tra casi di “influenza/citazione/spin-off” e casi di “utilizzo di idee altrui”. Ad es.: se io voglio scrivere una storia utilizzando un luogo o un personaggio di fantasia già inventati da altri, è giusto o no che paghi i diritti? È giusto, più a monte, che i diritti dell’inventore si spingano contenutisticamente fino a a comprimere questa mia voglia di utilizzazione produttiva? Posso io sostenere che ho il diritto di costruire gratis la mia storia originale con l’elemento inventato da altri, senza per ciò stesso negare radicalmente il concetto stesso di proprietà intellettuale?

    Quindi, Ysingrinus, ti invito alla discovery: tu sei in realtà contrario alla proprietà intellettuale tout court, nevvero?

    p.s. Ad ogni modo, mi pare evidente che ci sia situazione e situazione. Un conto è se io pretendo di scrivere un romanzo con protagonista Batman, o con protagonista un tizio di mia invenzione ma ambientato a Gotham City. Un altro conto e se utilizzo uno stile, una tecnica (es.: i power-chords con la chitarra), una tematica (es. i vampiri, le streghe), uno stereotipo (es. la vecchietta investigatrice: La signora in giallo ha pagato i diritti a Miss Marple?), un espediente narrativo (es. l’omicidio passionale). Diciamo che c’è pretesa e pretesa, ecco. O no?
    p.p.s. Ci sono generi artistici che sono inevitabilmente parassitari, come la parodia ed in parte la satira. Ritenere che questi generi implichino un semplice problema di “utilizzo di invenzioni altrui” (con relativo bisogno di remunerazione) sarebbe senz’altro riduttivo, e su questo sono abbastanza irremovibile.

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  5. ysingrinus ha detto:

    Ho perso il commento che stavo scrivendo e provo quindi a ripetermi:
    rispondo al punto centrale che è il più importante.
    Nella mia visione del mondo, io potrei essere un artista e la gente potrebbe volermi dare qualcosa per garantire la mia vita e il mio benessere, ma potendo riutilizzare le cose mie per quello che gli altri vogliono. Adesso la gente potrebbe volermi dare qualcosa per garantire la mia vita e il mio benessere, ma ancor di più dovrebbero dare agli editori e la gente non potrebbe fare qualcosa di nuovo con quello che io ho fatto.

    Parlando delle satire e parodie, vorrei farti notare che bisogna chiedere i diritti ed i permessi oppure finire in cause legali se scoperti. Sull’esempio di Batman invece ti dico che Gotham City non è invenzione dell’autore del fumetto o della DC Comics, è invece un nome “antico” di New York. Invece il manicomio criminale, l’Arkham Asylum cita la città immaginaria del New England inventata da Lovecraft e cioè Arkham. Qual è il confine tra la citazione e no?, e come si può discriminare tra le varie situazioni? Se io facessi un racconto su Gotham City e sulla sua polizia corrotta dovrei dare qualcosa alla DC secondo te?

    Cosa si tutela oggi? La creatività degli artisti o gli introiti dei produttori che, anche se secondo te sono artisti in quanto fanno qualcosa, secondo me con il processo creativo hanno ben poco a vedere? E se si tutelano gli introiti dei produttori perché si dice che si tutela la creatività dell’artista?

    Perché se io faccio qualcosa senza guadagnarci tu non potresti fare qualcosa di differente dalla mia cosa guadagnandoci? Non l’ho fatta io quella cosa, l’hai fatta tu!
    Non posso dirti che dato che quella cosa l’hai fatta partendo da me allora è mia, perché anche la cosa mia è basata su altre cose più antiche di cui semplicemente nessuno può più dire niente. Quindi la differenza è: qualcuno si può lamentare o no?
    Mi sembra un percorso sbagliato o almeno molto perfettibile. Ci sono alternative “libere” del classico diritto d’autore molto molto interessanti. Per esempio quella che uso su questo blog permette la condivisione e rielaborazione ed anche l’uso commerciale, a patto che mi venga riconosciuta la paternità delle cose usate. Così se qualche pazzo decidesse che il mio cervello deve essere tutelato e trova migliore il mio lavoro di quello che lo riutilizza può farmi da mecenate.
    Tra parentesi credo che di mezzo ci sia anche un problema di paura del confronto più che di tutela: «Se dalla mia merda qualcuno tira fuori qualcosa di migliore io che faccio dopo? Sono fottuto!».

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  6. ludmillarte ha detto:

    il discorso è complesso, ma di certo la mercificazione dell’ “arte” sta uccidendo l’Arte.
    Ludmilla

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    • ysingrinus ha detto:

      È molto complesso sí. Se ti andasse di affrontare una simile discussione a me farebbe piacere leggere cosa hai da dire :)

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      • ludmillarte ha detto:

        mi rendo conto di aver parecchio sintetizzato il mio pensiero, anche perché non ho letto i commenti e temevo di ripetere cose già dette. in ogni caso penso come te che l’artista crei per bisogno istintivo e passione non certo per venalità (anche se deve pur mangiare…). il problema, secondo me, è che ultimamente vengono sempre più spesso proposte ‘creazioni’ nei vari settori artistici il più possibile abbordabili perché è ciò che può far presa sul pubblico di massa; tutto il resto è tagliato fuori anche se fosse davvero Arte con la A maiuscola

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        • ysingrinus ha detto:

          Non ti preoccupare per le eventuali ripetizioni. Se il tuo pensiero è simile a quello di un’altra persona, la ripetizione è quasi inevitabile.

          Queste ‘creazioni’ benché pensate per il pubblico di massa, si possono ancora definire arte secondo te?

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          • ludmillarte ha detto:

            l’Arte è per tutti. quello che intendevo è che spesso chi le crea deve sottostare a trasformazioni della propria opera (esempio cambio di titolo, diminuzione di pagine, variazione di espressioni, revisioni del testo, ecc. ecc. da parte di case editrici o discografiche,…). se l’opera originaria viene stravolta da come l’artista la sentiva, mi verrebbe da risponderti che no, non è più genuina, non è più la sua opera e forse neanche d’arte

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            • ysingrinus ha detto:

              Ecco, questo era un aspetto che non avevamo preso in considerazione, benché strettamente collegato al concetto di idea e motivo per cui l’artista crea.
              L’arte può essere involontaria? Qualsiasi azione umana può essere arte?

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              • ludmillarte ha detto:

                posso dirti che per me qualsiasi cosa che mi emoziona è arte :) quindi sì, potrebbe anche essere involontaria e potrebbe scatirure da un’azione qualsiasi, sempre secondo me che sostengo spesso e malgrado tutto che “la bellezza salverà il mondo” (F. Dostoevskji)

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                • ysingrinus ha detto:

                  Capito :)
                  Bella la citazione di Dostoevskij

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                  • ludmillarte ha detto:

                    eh sì, ma io la intendo anche come bellezza dei comportamenti.
                    e tu ? pensi che arte possa anche essere inconsapevole o un’azione?

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                    • ysingrinus ha detto:

                      Forse una persona può esser un’artista senza saperlo di essere. Ma ritengo che l’arte scaturisca dal desiderio di esprimere qualcosa. Se non c’è questa volontà, o necessità, solo l’elaborazione dello spettatore potrà rendere arte ciò che in origine non è. Io scrivo una canzone con determinate tematiche e determinati suoni non perché voglio dire qualcosa ma perché ho scoperto che questo piace e voglio piacere. Io non ho fatto arte. Tu che l’ascolti e provi qualcosa la trasformi in arte, ma è quello che hai fatto tu che è arte e non quello che ho fatto io, anche se tu hai usato la mia creazione.
                      Spero di essere stato chiaro. :)

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                    • ludmillarte ha detto:

                      sì, però se sei un artista senza saperlo potresti averla fatta lo stesso arte pur avendo come motivazione quella di piacere ;)
                      (inizio a dare più numeri del solito, non ci fare caso.
                      buona serata)

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                    • ysingrinus ha detto:

                      Per questo avevo messo quel “forse”. :)
                      Non riesco a vedere l’arte in maniera differente dalla necessità di esprimere qualcosa. Qualcosa di diverso di “voglio piacere” e “voglio essere piú ricco”. Non perché trovo ingiusto piacere o arricchirsi, ma perché ritengo che l’arte sia qualcosa di superiore a queste sole pulsioni. :)

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                    • ludmillarte ha detto:

                      sì sì sì, indubbiamente superiore (magari possono esserci casi assolutamente eccezionali e bon)

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                    • ysingrinus ha detto:

                      E bon e la chiudiamo lí :D

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